Un vigneto finto digitale

L'EDITORIALE DI VVQ 2/2021

Un drone impazzito plana tra i filari
Tra i filari la sfida di arrivare al 10% di precision farming è forse vinta. Ma è una digitalizzazione ancora basic. Sostenuta più dallo spirito d’iniziativa dei singoli che dai piani faraonici calati dall’alto

Sembra ieri: una superficie agricola lavorata con tecnologie di precisione sotto all’1% e Maurizio Martina che, da Ministro delle Politiche agricole, galvanizzato dal successo dell’Expo di Milano (Feeding the planet, energy for the life), lancia una scommessa azzardata. Ovvero quella di spingere l’Italia ad essere leader dell’agricoltura digitale in Europa entro cinque anni portando i microchip sul 10% della Sau.

È già oggi: i cinque anni scadono proprio nel 2021. Martina non è più nemmeno in Parlamento ed è diventato vicedirettore della Fao (un destino tracciato dallo slogan lanciato all’Expo), ma la scommessa è ancora aperta. Quanta agricoltura digitale c’è in Italia?

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Un fatturato che cresce al ritmo del 20% all’anno

Il calcolo esatto è difficile, nessuno si azzarda a farlo, ma si possono tentare delle stime. Le società Ict stringono continui accordi per la diffusione della banda ultra larga (ma il digital divide impera ancora nelle aree interne della penisola). Gli iperammortamenti del piano industria 4.0 hanno incentivato gli acquisti di trattrici a guida assistita e operatrici a rateo variabile (ma spesso rimangono nei garage per mancanza di competenza).

Il fatturato generato in Italia dall’agricoltura 4.0 è, secondo l’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano, pari a 540 milioni di euro nel 2020 (circa il 4% del mercato globale), registrando una crescita del 20% rispetto all’anno precedente, in linea con l’andamento pre pandemia.

Il digitale e la spinta delle start-up

Un’espansione trainata spesso da aziende giovani emergenti che propongono nuove app e soluzioni digitali (+30% rispetto al 2018). I Dss (sistemi di supporto alle decisioni) sono il sogno tecnologico dei viticoltori italiani: il 60% li vuole, il 27% li utilizza già secondo un sondaggio dell’Osservatorio agricoltura digitale dell’Università di Padova (ma a questi sondaggi rispondono solo gli operatori che frequentano abitualmente internet).

Sulle tracce delle centraline

Il dato che forse può aiutare meglio a capire è quello della diffusione delle centraline agrometeo: tra 8 e 10mila secondo i dati forniti dai costruttori (che sono sempre un po’ gonfiati) e la maggior parte sono posizionate nei vigneti. Anche facendo le dovute correzioni si può arrivare a immaginare che almeno 6mila- 6500 ettari di vigneto siano serviti da queste tecnologie. Guarda caso proprio il 10% del vigneto Italia: la scommessa di Martina è vinta tra i filari?

Dipende da come sono utilizzate queste tecnologie. La presenza delle centraline agrometeo certifica un’operazione di raccolta ed elaborazione dati, l’abc della digitalizzazione.

Le differenze tra Regioni

Alcune Regioni e zone vocate sono più avanti di altre con la crescita di concimazione, irrigazione e talvolta anche difesa di precisione. La carenza di manodopera ha anche spinto a una maggiore circolazione tra i filari delle vendemmiatrici con selezionatrici ottiche (che in tutto però non superano le dita di una mano). Poca invece l’internet of things, nonostante lo sviluppo di sensori di ultima generazione. Non pervenuta la blockchain.

Come uscire dal livello basic

Una digitalizzazione a livello basic che ridimensiona l’ambizione di dichiararsi leader europeo della viticoltura 4.0.

Prima di scommettere sul “quanto” converrebbe quindi capire il “perché” digitalizzare. Agridigit può aiutarci a capire. Il 2021 dovrebbe essere anche l’anno di conclusione di questo progetto di ricerca del Crea, finanziato con 15 milioni di euro, che in viticoltura mira tra l’altro a incentivare la rilevazione dello stato nutrizionale, idrico e fitosanitario dei vigneti tramite acquisizioni satellitari. In molte zone però i vigneti italiani sono già abbondantemente monitorati, mettendo a disposizione mappe tematiche con precisione spesso centimetrica.

La mappa (digitale) del tesoro

Ma tra tante mappe non si sa più quale sia il tesoro: nonostante l’effettiva possibilità di risparmiare l’utilizzo di mezzi tecnici (e quindi le emissioni di gas serra) l’ambizione di associare digitale e sostenibilità non ha, per ora, colto nel segno. Il valore aggiunto della digitalizzazione va quindi cercato altrove, non è nei piani faraonici calati dall’alto, ma nell’esperienza di tante piccole realtà che adottano tecnologie 4.0 per risolvere problemi specifici e che poi scoprono vantaggi operativi impensabili.

Un vigneto finto digitale - Ultima modifica: 2021-03-25T21:37:10+01:00 da Lorenzo Tosi

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