
Il cambiamento climatico sta modificando disponibilità idrica, mineralizzazione della sostanza organica e assorbimento dell’azoto nei vigneti, rendendo meno affidabili soglie nutrizionali “fisse”. Lo studio di Tassinari e colleghi affronta questo nodo, proponendo livelli critici fogliari e dosi ottimali di azoto calibrati su cultivar e annata climatica.
La ricerca, condotta per 13 anni in un vigneto su suolo sabbioso nel Brasile meridionale, ha valutato Chardonnay e Pinot Noir sottoposti a differenti apporti di azoto. Le viti di Pinot Nero e Chardonnay sottoposte a concimazione azotata sono state valutate per la resa in uva e la composizione chimica dell'uva e del vino. Le annate sono state raggruppate in quattro classi in base al clima (precipitazioni e temperatura).
I risultati confermano che l’interazione tra clima e nutrizione azotata è decisiva. Nelle annate calde e umide, con precipitazioni superiori a 2000 mm, entrambe le cultivar hanno raggiunto le rese più elevate, oltre 2 kg per pianta, ma con minore accumulo zuccherino, attorno a 15 °Brix. Le annate con precipitazioni sopra 1600 mm hanno invece favorito acidità titolabile e composti fenolici per entrambi i cultivar. Al contrario, stagioni più asciutte, con meno di 1300 mm di pioggia, hanno prodotto vini Chardonnay e Pinot Noir con tenori alcolici superiori al 10%.
L’aspetto più innovativo dello studio è la proposta di livelli critici di azoto fogliare e dosi di massima efficienza tecnica non più generici, ma differenziati per cultivar e per gruppo climatico di annata. Questo approccio supera la logica della concimazione standard, riconoscendo che Pinot Noir e Chardonnay rispondono in modo diverso all’azoto e che la stessa dose può avere effetti differenti a seconda dell’andamento meteorologico. Inoltre, proporre livelli di concimazione differenziati è anche una strategia per ottimizzare l'uso di fertilizzanti azotati nei vigneti, aumentare la resa dell'uva e migliorare la qualità dell'uva e del vino, contribuendo così a una viticoltura più sostenibile.
In generale, le dosi basse o intermedie, tra 10 e 40 kg/ha di N, sono risultate spesso più adatte a conciliare resa e qualità, evitando gli effetti negativi dell’eccesso azotato: vigoria vegetativa, ombreggiamento dei grappoli, ritardi di maturazione e possibili alterazioni di zuccheri, acidità, pH, fenoli e composizione del vino. Dosi più alte massimizzano le rese.
Per il settore vitivinicolo, il messaggio è chiaro: la fertilizzazione azotata deve diventare più dinamica, sito-specifica e sensibile all’annata. Integrare dati climatici, cultivar e analisi fogliari consente di migliorare l’efficienza d’uso dell’azoto, ridurre sprechi e rischi ambientali e sostenere al tempo stesso obiettivi produttivi ed enologici. In un contesto climatico sempre meno prevedibile, questa precisione non è un dettaglio tecnico: è una leva concreta di sostenibilità e qualità.
Adriele Tassinari, Jean Michel Moura-Bueno, Guilherme Zanon Peripolli, Gustavo Nogara de Siqueira, Bianca Goularte Dias, Wellynthon Machado da Cunha, Lincon Stefanello, Matheus Severo Kulmann, Rafael Lizandro Schumacher, Gustavo Brunetto: “Climatic conditions alter the magnitude of grape yield and the quality of grape and wine chemical composition in vineyards subjected to nitrogen fertilization for 13 years”. European Journal of Agronomy, Volume 177, 2026, 128102, ISSN 1161-0301. Disponibile qui









