Lo spettro del ritorno dell’era dell’alambicco

Il mercato interno ha tenuto grazie alle vendite online ma l’impatto dell’emergenza coronavirus rischia di essere pesante per l’export. Serve una reazione che non vanifichi l’immagine di qualità conquistata dal nostro vino negli ultimi 30 anni, senza arrendersi a un virus che colpisce i sensi

Alcol e lievito. Due dei prodotti che, per motivi diversi, sono diventati presto introvabili nella fase calda della quarantena da coronavirus. Il vino li contiene entrambi, ma non vale granchè né come disinfettante né come collutorio (e nemmeno per far lievitare torte e pizze casalinghe).

Anteprima dell'Editoriale del numero 3/2020 di VVQ

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La tentazione di fare il vino a pezzi

Perché abbia quest’effetto l’alcol va estratto, ed è proprio quello che rischia l’enologia nazionale se l’impatto del virus proveniente dalla Cina ci farà piombare in uno scenario da economia post-bellica. La crescita del nostro export e della reputazione di una qualità strenuamente conquistata in poco più di trent’anni di autopromozione rischiano di essere fatti improvvisamente a pezzi.

Senza lo spauracchio dell'alcol-test
il consumo domestico tiene

Il barometro commerciale del primo mese di autoisolamento in realtà non ha segnato tempesta: secondo l’osservatorio Iri-Infoscan l’invito a stare a casa per contrastare il Covid-19 (e l’impossibilità di perdere punti della patente con l’auto ferma in garage) ha fatto tornare sulle tavole degli italiani vini doc e docg di pregio grazie alle vendite online del grande consumo e dei siti specializzati.

Banzai sull'export

In sofferenza invece le bollicine, a causa del brusco stop agli apericena, con lo Champagne che ha accusato un dimezzamento delle vendite. Non è una buona notizia. Tutta la crescita del nostro export è sostenuta da un’immagine di socialità mediterranea che ha come transfert il Prosecco, il Lambrusco, i Metodo Classico di pregio.

Le vendite oltre frontiera sostengono ormai quasi il 60% del valore del comparto vitivinicolo italiano, ma sono state le prime a venir meno con il dilagare dell’epidemia.

Imbottigliamenti sospesi

Ancor prima della minaccia della chiusura della libera circolazione delle merci e della sospensione del protocollo di Schengen, è stata la serrata dei ristoranti prima in Europa e poi negli States a causare un brusco alt. Una pioggia di disdette di ordini piombate sulle cantine italiane proprio nel momento in cui si programmavano i volumi degli imbottigliamenti per la campagna commerciale incombente. Alcune strutture hanno chiuso, anche per le difficoltà nell’applicazione delle misure per la protezione dei dipendenti. Alcuni Consorzi invece hanno denunciato un incombente stato di crisi che si ripercuoterà sulla prossima vendemmia per la mancanza di liquidità.

Ritorno agli anni della cortina di ferro

Gli interventi attivati dal Governo con il decreto Cura-Italia (anticipo Pac, aumento del fondo indigenti) mal si adattano infatti al comparto vitivinicolo, abituato a ben altro genere di misure.

Nella clausura delle nostre abitazioni siamo stati bombardati, per tutto il periodo della quarantena, da notizie fake e immagini arcadiche che, approfittando dell’impossibilità di verificare, ci facevano vedere cigni a Venezia, delfini a Cagliari, elefanti ubriachi nelle piantagioni di tè forzatamente deserte dell’India.

Lo scenario post-atomico del ritorno della natura negli spazi abbandonati dall’uomo, ma Covid-19 non ha cancellato l’antropocene. Le lancette del nostro orologio sono andate indietro nel tempo, ma non così tanto.

Per il vino l’impossibilità di esportare ci fa piuttosto tornare ad uno scenario da anni ’70.

Quando il vigneto Italia copriva anche monti e colline per un’estensione doppia rispetto all’attuale, ma non (salvo pochi casi) per produrre qualità, bensì alcol e calorie.

Un virus che colpisce i sensi

Sembra che uno dei sintomi indotti da Covid 19 sia la perdita temporanea dell’olfatto e del gusto, un trauma tragico per un winelover.  Per uscire dallo stato di difficoltà economica indotto da questo virus menomante si invocherà presto il ritorno delle distillazioni di crisi, un brusco risveglio che ci riporta ad un’era in cui il valore del vino era dato solo dalla somma di quello dei suoi ingredienti: residuo secco, acqua e soprattutto alcol.

L’Italia colpita dal virus ha dovuto guardarsi dentro per trovare la sua lista delle priorità, considerando alcune attività strategiche ed altre meno.

Nel caso del vino si rischia di sacrificarne la parte più “magica”: l’edonismo dei sensi.

L'editoriale del numero 3
Lo spettro del ritorno dell’era dell’alambicco - Ultima modifica: 2020-03-25T18:50:24+01:00 da Lorenzo Tosi

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