L'esordio del registro unico

Matrix in cantina

Un mondo virtuale creato dall’ossessione del controllo

Connessione in corso. Richiesta di autenticazione. Compilazione dell’anagrafica con l’elenco dei vigneti, la specifica dei fornitori, dei clienti e dei committenti; il dettaglio dei recipienti di stoccaggio collegati al codice Icqrf attribuito allo stabilimento o al deposito.Da questo momento tutto quello che si fa in cantina deve essere rigorosamente annotato sul registro unico, secondo cadenze disciplinate, pena pesanti sanzioni. L’era digitale per il settore vitivinicolo italiano, con tutte le sue suggestioni e diffidenze, è partita ufficialmente il 1° gennaio di quest’anno. Un’evoluzione attesa, sostenuta da tutta la filiera, ma ora un po’ temuta. Vinificazione, elaborazione prodotti, pratiche enologiche, ricodificazioni, condizionamenti, entrate/uscite: sul registro vanno annotate tutte le operazioni e le movimentazioni. Trentacinque codici diversi per altrettante tipologie di operazioni, per ognuna delle circa 48mila cantine italiane. Non è una passeggiata. Corrispondono a righe e righe di codice in linguaggio macchina che scorrono dentro gli elaboratori del Sian, il famigerato Sistema informativo agricolo nazionale, una sorta di Matrix italiano. Un mondo vitivinicolo virtuale, più o meno coincidente con quello reale, creato dall’ossessione del controllo. Le registrazioni digitali, al pari di quelle cartacee, devono infatti assicurare la conformità documentale in caso di ispezioni, ma non solo. L’accesso in remoto consente ora agli organi di controllo di elevare automaticamente contestazioni d’ufficio in caso di ritardi, anomalie o incongruenze: l’autovelox è arrivato in cantina. Il problema è che l’errore è una variabile di cui tenere conto in ogni attività di descrizione e duplicazione (chi studia il Dna lo sa: è grazie a questi errori che si è evoluta la vita sulla Terra). E il sistema creato dal ministero delle Politiche agricole è tutt’altro che a prova di errore. La dimostrazione? La prima annotazione che viene richiesta è quella delle giacenze iniziali (codice Giin). Significa che il Registro unico non è connesso all’universo informatico delle dichiarazioni vitivinicole, già oggi inserite nel Sian, e lo stesso capita con i documenti di trasporto: doppie e triple registrazioni parallele che moltiplicano la possibilità d’imprecisione. Ci sono tutti i presupposti per partire con il piede sbagliato e dover rincorrere per anni eventuali incongruenze. Il rischio è quello che, come nei peggiori scenari immaginati dai filmoni fantascientifici hollywoodiani, il virtuale prenda il sopravvento sul reale: pillola rossa o pillola azzurra? La dematerializzazione dei registri è un mito inseguito da anni. Per la pubblica amministrazione può rappresentare l’occasione per innescare un nuovo clima di collaborazione tra controllori e controllati. Alcuni segnali spingono in tal senso. In passato non è sempre stato così: la repressione ha sempre preso il sopravvento sulla prevenzione, la diffidenza degli operatori è più che giustificata. La loro speranza, per contro, è quella di alleggerire il peso delle numerose duplicazioni e di inutili documentazioni stratificate in decenni di normative vitivinicole. Un’abnorme prolificazione di burocrazia che (secondo i calcoli di Alleanza delle Cooperative) costa in media alle cantine qualcosa come 5 euro per quintale di uva raccolta o, se preferite, più di 7 €/hl di vino di qualità prodotto. Una tassa occulta che ora si spera di ridurre. Sarà così? Nel settore olivicolo l’introduzione dei registri digitali, sette anni orsono, ha comportato un forte aumento delle notizie di reato rilevate dalla Repressione frodi e del valore dei sequestri (da 174mila a 11milioni di euro in cinque anni). Se anche la viticoltura seguirà questo trend, si rischia di spendere in multe (e con gli interessi) ciò che si risparmia in burocrazia. E non è tutto. Il settore vitivinicolo è quello che detiene il poco invidiabile record dei controlli (un terzo di tutta l’attività Icqrf, senza tener conto delle verifiche per la tutela delle denominazioni o per il bio). Illeciti e frodi devono essere stroncati, ma tutta questa attenzione appare ingiustificata. Gli eccessi di disciplina, si sa, rischiano di compromettere la vivacità, che è uno dei fattori di forza della nostra filiera. Dietro quelle che Matrix identifica come anomalie, potrebbero esserci in realtà intere economie.

Controcanto

Razzia di aggettivi Rotondo, magro, levigato, l’ossessione (spropositata) del minerale, archetipale. Nel mondo del vino l’essenzialità è guastata dall’ansia di specificare. Un vizio, l’eccesso di aggettivi, che punta a riempire di presunto significato le pause tra un sorso e l’altro. Alcuni però sono proprio sbagliati, illeciti, da evitare. La definizione vino naturale ad esempio, è fonte di contrasto con quella di vino biologico. La prima nata dall’eresia di alcuni produttori autarchici decisi a emanciparsi dalla dipendenza dalla ricerca, dall’innovazione e dall’obbligo di piacere. La seconda tutelata da precise norme di legge. Una soluzione viene da Hugh Johnson. Il guru del wine writing planetario, sul magazine britannico Decanter (citato dal blog online The Internet Gourmet) si chiede: “Do we need a natural wine alternative?”. In sostanza Johnson, siccome i vini naturali sfuggono a tutti i parametri di valutazione relativi a purezza, stabilità, armonia (e talvolta buon gusto) propone ironicamente di definirli alternativi. La razzia di aggettivi prosegue. E se invece abbinassimo la libertà di bere alla libertà di esprimersi? Editoriale di VVQ 2, Marzo 2017 Leggi commenti:

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