Contraffazioni: un mercato che in Italia vale 7 miliardi di Euro

Dop e Igp: la tutela come priorità

Cosa si fa, e non si fa, in Italia, in Europa e nel mondo

Sette miliardi di Euro vale il mercato delle contraffazioni in Italia: un’economia parallela, nascosta ma non certo marginale, che infligge seri danni alle aziende, ai consumatori e non da ultimo all’immagine del bel paese. Centodiecimila unità di lavoro sottratte, 13,7 miliardi € di mancato valore della produzione e 1,7 miliardi di mancato gettito all’erario sono ulteriori numeri legati al fenomeno delle contraffazioni tratti dal più recente rapporto Censis-Ministero dello Sviluppo Economico. Il terzo settore più colpito, dopo abbigliamento e accessori e DVD, CD e simili, è quello dei prodotti alimentari/alcol/bevande, dove le contraffazioni a danno delle indicazioni geografiche hanno un valore di 1.084 miliardi ovvero il 15% del totale a carico di prodotti italiani. I prodotti più interessati dal fenomeno? Aceto balsamico, parmigiano e, per il mondo vinicolo, Prosecco e Brunello di Montalcino. Un serio danno, dunque, ad un settore - quello delle denominazioni e indicazioni d’origine - che non è più una nicchia, ma che ha ormai assunto valori trainanti per l’economia del nostro Paese, soprattutto in momenti di congiuntura economica difficili come quelli attuali.

Il valore dell’origine geografica nella Ue

Secondo recenti stime della Commissione europea ‒ Direttorato Agricoltura ‒ il settore delle denominazioni e indicazioni geografiche, negli ambiti specifici di tale Direttorato (agroalimentare, spiriti e vini), vale 54 miliardi €. Al primo posto la Francia, con un totale di 20,8 miliardi, di cui 15,7 nel settore vino; al secondo posto l’Italia, con un valore totale di circa 12 miliardi, di cui quasi 6 nel settore vino. “Si tratta ‒ afferma Mauro Rosati, direttore Fondazione Qualivita e moderatore della tavola rotonda su questo argomento svoltasi nell’ambito di Vinitaly 2013 ‒ di un’economia non più residuale, non più di piccola distribuzione, ma che ormai fa parte di un sistema produttivo riconosciuto, soprattutto all’Estero. Per l’Italia il settore delle indicazioni geografiche vale il 10% di tutto il volume prodotto, è in crescita e si trova a competere in Europa su ben 28 mercati. In un’Europa che sta puntando alla qualità, come fare a proteggere consumatori ed imprese?”.

Contraffazione: di cosa stiamo parlando?

Contraffazione, sofisticazione e falsificazione sono tutte facce della stessa medaglia ovvero quella della frode (vedere approfondimento sul web). Frode alimentare è un termine generico che si riferisce alla produzione e al commercio di alimenti non conformi alle normative vigenti. Le frodi vengono suddivise (secondo il codice civile e penale) in adulterazione, contraffazione, sofisticazione e alterazione. La contraffazione o alterazione di Dop e Igp costituisce anche illecito penale. La legge n. 99/2009 ha inserito nel codice penale l’articolo 517-quater: “Chiunque contraffa o comunque altera indicazioni geografiche o denominazioni di origine di prodotti agroalimentari è responsabile del delitto di “contraffazione di indicazioni geografiche e denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari”, punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a euro 20.000. Alla stessa pena soggiace chi, al fine di trarne profitto, introduce nel territorio dello Stato, detiene per la vendita, pone in vendita con offerta diretta ai consumatori o mette comunque in circolazione i medesimi prodotti con le indicazioni o denominazioni contraffatte”. Nell’ambito delle frodi si parla poi anche di agro pirateria, intesa come la contraffazione di un prodotto alimentare attuata sfruttandone la reputazione e la notorietà, imitando nomi, marchi, aspetto o caratteristiche. Vi sono infine casi al limite della legalità, come l’Italian Sounding (un prodotto non italiano viene venduto con immagine italiana) o di prodotti similari (prodotti simili a famose Dop/Igp che si tenta di spacciare per originali). Si tratta di casi non necessariamente sempre perseguibili per legge, ma che comunque causano danni economici e di immagine ai prodotti Igp.

Il ruolo centrale della politica nazionale

Nel novembre 2012 il Consiglio Nazionale Anticontraffazione ha presentato il Piano Nazionale per la Lotta alla Contraffazione, indicando le macro priorità (vedere approfondimento sul web) e le migliori pratiche per l’orientamento delle azioni future in materia di lotta alla contraffazione. Alla data di stesura del presente articolo (maggio 2013), il Piano attendeva di essere messo in azione. Il messaggio di Daniela Mainini (nella foto), Presidente del Consiglio Nazionale Anticontraffazione e tra i partecipanti della tavola rotonda, è stato chiaro: “La politica si deve riappropriare della lotta alla contraffazione, che non è una lotta di parte, non va guardata né da destra né da sinistra. Non è uno spot elettorale. La lotta alla contraffazione si guarda dal basso e dall’alto. Dal basso perché fa parte del mondo del sommerso e dell’illegalità e dall’alto perché occorre avere una visione d’insieme”. La politica deve avere uno sguardo nuovo, lungimirante e fino ad oggi è stata troppo debole o è mancata addirittura. “Non credo di stupire molti ‒ prosegue Mainini ‒ nel dire che in Italia non c’è mai stata una grande visione politica della tutela della proprietà intellettuale. Ci troviamo in un Paese che crea gusto e qualità, ma è estremamente tollerante nella lotta alla contraffazione. Occorre riflettere su questa poca attenzione al furto di italianità che avviene nel mondo”. Ma anche, aggiungiamo noi, su quanto questo costi al Paese, nonché sul gettito economico che potrebbe portare all’Italia il difendere, il riappropriarsi delle proprie denominazioni e indicazioni geografiche, in toto. Non dimentichiamo: stiamo parlando di circa 70.000 imprenditori primari, circa 6.000 aziende di trasformazione e del 10% circa dei prodotti agroalimentari italiani.

Il confronto con l’Europa

Ma non è solo una questione nazionale. I prodotti Igp e Dop devono competere su un mercato a 28, con un governo centrale a Bruxelles. Un’Europa che almeno a parole è molto sensibile al tema dell’origine geografica del prodotto di qualità, anche perché in Europa è il consumatore stesso a pretendere questa qualità; un’Europa che nello stesso tempo ha però enormi difficoltà sia interne che esterne per fare valere la tutela di questa qualità. Paolo De Castro (nella foto), intervenuto alla tavola rotonda, bene descrive la situazione europea: “C’è una mancanza di cultura europea, motivata dal fatto che l’interesse per queste produzioni è limitato a non più di 3-4 Paesi su 28 (n.d.r.: dal 1° luglio la Croazia è a pieno titolo nella Ue). Questa attenzione limitata a pochi Paesi ha sempre portato il governo europeo a scarsa considerazione per questi temi”. Un esempio? “Nel Pacchetto Qualità approvato di recente, che è il nuovo regolamento europeo sui prodotti d’origine, la norma più innovativa ‒ prosegue De Castro ‒ è la norma ex officio che obbliga gli stati membri a ritirare i prodotti dagli scaffali quando c’è una contraffazione. Questa norma è stata introdotta non dalla Commissione ma dal Parlamento. Questo indica che la sensibilità a questi temi non c’è a livello di governo europeo”.

E fuori dall’Unione Europea?

Se all’interno dell’Unione la difesa delle denominazioni e indicazioni geografiche è una questione culturale e legale, fuori dall’Unione il panorama è molto più complesso e la battaglia è di natura diplomatica innanzitutto. Bernard O’Connor (nella foto), avvocato specializzato in diritto antitrust e della concorrenza, denuncia la situazione spesso paradossale a livello internazionale: “A livello internazionale la protezione delle Dop e Igp è affidata ad accordi bilaterali. Ma l’Europa sta conducendo queste negoziazioni in maniera molto incoerente, per cui spesso le definizioni stesse di Dop e Igp sono diverse a seconda del Paese con cui si tratta. Questo indebolisce la struttura stessa e il significato delle denominazioni d’origine e diventa difficile poi poter negoziare con Paesi come gli Stati Uniti, ad esempio”. Gli fa eco De Castro: “Estendere il sistema delle Dop e Igp anche a Paesi terzi per consentire il reciproco riconoscimento è positivo, ma in realtà questa sta diventando una situazione difficile da gestire dal punto di vista giuridico, proprio per la molteplicità di approcci diversi”.

La parola agli attori

Ma cosa pensa chi quotidianamente si trova a dover affrontare sul campo il problema della contraffazione? Luca Giavi, Responsabile direzione generale presso il Consorzio di tutela della Doc Prosecco, a proposito delle difficoltà nella protezione del marchio afferma: “Ciò che noi riscontriamo nella tutela è una difficoltà dovuta alla eterogeneità della normativa a livello mondiale. E anche quando la normativa è unificante, come quella europea, troviamo una moltitudine di forze coinvolte, con la difficoltà quindi di trovare un interlocutore unico”. Giuseppe Liberatore, presidente Aicig (Associazione Italiana Consorzi Indicazioni Geografiche), sottolinea le difficoltà con i Paesi terzi: “Il vero problema secondo me sta nel rapporto tra Comunità e paesi terzi, nella diversità cioè di accordi e definizioni Igp che l’Europa sta portando avanti. Inoltre ricordo le tendenze d’oltreoceano con, ad esempio, il Consorzio for common food names (www.commonfoodnames.com) che mira a rendere generici nomi che qui in Italia o in Europa sono Igp, come aceto balsamico, feta, mozzarella etc.”. Importante a nostro avviso anche l’osservazione di Ezio Pellissetti, consigliere di Valoritalia, che dice: “Stiamo parlando delle contraffazioni solo dal punto economico, dimenticando in realtà che il danno è molto maggiore. L’indicazione geografica non è solo prodotto, ma territorio, storia, cultura, tutti elementi che non sono monetizzabili, ma che subiscono un danno tramite la contraffazione. Questo fenomeno, dunque, non lede un prodotto o un marchio. È un danno molto maggiore e quindi dovrebbe essere molto maggiore la sensibilità ad esso”.

Il caso di un prodotto cugino: l’olio

La certificazione del prodotto è quindi fondamentale per la tutela; altrettanto lo è la comunicazione del valore di questa certificazione, ma ci sembra che il nocciolo del problema sia ben descritto dalle parole di Elia Fiorillo, Presidente del Consorzio CEQ, Consorzio Extravergine di Qualità, che, in un commento rilasciato al blog Olioofficina a proposito della decisione della Commissione Europea di bocciare la norma che vieta l’uso di bottiglie senza etichetta e oliere anonime nei locali pubblici, afferma: “A nostro avviso, la vera scommessa sul prodotto resta quella di cambiare l’atteggiamento dei consumatori nei suoi confronti, di rivoluzionare il valore che il consumatore gli riconosce, di riposizionarlo nella sua mente e fargli assegnare priorità che oggi non ha. Questo impegno dovrebbe costituire il primo e comune sforzo da perseguire”.   [box title= "Pacchetto Qualità: i contenuti più importanti" color= "#c00"] I contenuti del Pacchetto Qualità, approvato a settembre 2012 dal Parlamento Europeo, sostituiscono il Regolamento (CE) N. 510/06. Con le nuove disposizioni vengono introdotti principi importanti, che accolgono le istanze avanzate negli ultimi anni dal sistema dei Consorzi di Tutela italiani. Tra questi: - il riconoscimento di un ruolo preciso attribuito alle associazioni dei produttori e dunque, con riferimento alla realtà italiana, ai Consorzi di tutela; - la protezione ex-officio, necessaria per garantire condizioni equivalenti e reciproche di tutela dei prodotti Dop e Igp in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea.[/box]   [box title= "Falsi famosi" color= "#c00"] Cantine La Toscanina: vera e propria contraffazione, progettata da una organizzazione a delinquere: bottiglie con marchi inventati e con contrassegni falsificati. I contrassegni applicati erano manifestamente falsi e una persona con un minimo di esperienza non poteva non riconoscerli rispetto a quelli originali. Brunello di Sonoma: caso da inquadrare nell’ambito dell’uso improprio del nome o di una parte del nome di una Denominazione di Origine da parte di una azienda californiana che, nella Sonoma Valley, aveva dato inizio alla produzione di un vino da Sangiovese denominato Brunello di Sonoma. Il Consorzio del Vino Brunello di Montalcino decise di intervenire, poiché si trattava dell’uso improprio di parte della Denominazione, che niente ha che fare con l’originale Brunello di Montalcino Docg ottenuto nella zona di origine. Mosby Vineyards: caso di uso improprio del nome Brunello per un vino prodotto al di fuori della zona di produzione definita dal Disciplinare. Il vino era prodotto in California e non poteva rispondere alle disposizioni del Disciplinare di Produzione in quanto mancava l’origine del prodotto. Inoltre, le regole di invecchiamento e commercializzazione erano totalmente disattese.[/box] Articolo a firma di Maria Luisa Doldi Approfondimenti a cura dell'Autore   PER APPROFONDIRE I tanti volti della frode Adulterazione: le manipolazioni o le operazioni poste in atto determinano una modifica della composizione analitica del prodotto alimentare mediante aggiunta o sottrazione di alcuni componenti, allo scopo di ottenere vantaggio economico senza che il prodotto stesso venga apparentemente modificato, almeno in maniera rilevabile. Esempi: latte scremato, totalmente o parzialmente, come latte intero, vino annacquato, vino tagliato, olio evo con aggiunta di olio di oliva raffinato o lampante. Contraffazione: totale sostituzione di una sostanza alimentare con un’altra di minore pregio, in modo da indurre in inganno il compratore. L’inganno in cui può essere tratto il consumatore può essere esplicito o implicito. Esplicito se l’etichetta dichiara il falso; implicito quando il tipo di confezione, la forma, il marchio, pur in assenza di una oggettiva dichiarazione di falso, possono trarre in inganno il consumatore. Esempi: olio di semi come olio di oliva, margarina come burro, vino comune da tavola come vino pregiato a denominazione Sofisticazione: modifica della composizione di un alimento sostituendo parzialmente alcuni elementi della sostanza alimentare con l’aggiunta di alimenti di qualità e valore inferiore, oppure mediante l'uso di sostanze chimiche non consentite dalla legge. Esempi: aggiunta di clorofilla all’olio di oliva per accentuare il colore verde tipico dell’olio evo. Alterazione: modifica delle caratteristiche chimico-fisiche e/o organolettiche di un alimento, dovute a processi naturali. Sono casi in cui la condotta umana (ad esempio disattenzione o dimenticanza) può aver provocato l’episodio, ma in modo colposo e non doloso. Esempi: variazione della composizione dell’alimento a causa di fenomeni degenerativi spontanei dovuti ad esempio a errata modalità di conservazione (es. irrancidimento dei salumi, del grassi o dell’olio di oliva). Si caratterizzano per nocività (capacità certa e assoluta, basata su riscontri oggettivi e documentati, di provocare danni alla salute umana) e pericolosità (idoneità a provocare danni alla salute umana, di cui per altro, non c’è alcun riscontro incontrovertibile documentato).  (Fonte: CSQA-Qualivita)

Piano strategico nazionale contro la contraffazione: le macro-priorità

Comunicazione/informazione destinata ai consumatori, per continuare l’opera di sensibilizzazione presso questo particolare target e rafforzare la cultura della proprietà intellettuale, soprattutto presso le giovani generazioni. Formazione alle imprese in tema di tutela della proprietà intellettuale, in una prospettiva non solo nazionale, ma anche internazionale. Fondamentale da questo punto di vista è il coordinamento con la nuova ICE, che supporta le imprese nel presidiare i mercati internazionali tramite l’innovazione che preveda un uso strategico della proprietà intellettuale; Rafforzamento del presidio territoriale, con l’obiettivo di lavorare alla creazione e all'applicazione a livello locale (capoluoghi di regione) di un modello strategico per la lotta alla contraffazione, prevedendo un coordinamento delle Forze dell’Ordine e la formazione delle stesse; Enforcement, con un particolare focus sulla preservazione della specializzazione dei giudici civili (mantenimento della specializzazione all'interno dei Tribunali per l'impresa nei quali sono confluite le Sezione specializzate in materia di tutela della proprietà intellettuale) e l’importante obiettivo della specializzazione dei giudici penali (oggi non specializzati nella materia); Lotta alla contraffazione via Internet, con il tentativo di trovare un giusto equilibrio tra gli interessi dei fornitori di connettività e i gestori dei contenuti e i titolari dei diritti; Tutela del Made in Italy da fenomeni di usurpazione all’estero. L'Italian Sounding è il fenomeno che fa emergere questa priorità, con un danno al fatturato del comparto alimentare italiano di 6 milioni di euro all'ora.

Strada lunga e in salita

Che la battaglia sia complessa e la strada lunga lo conferma anche la decisione recente (fine maggio 2013) della Commissione Europea che ha bocciato la norma che vieta l’uso di bottiglie senza etichetta e oliere anonime nei locali pubblici e l’imposizione di tappi anti effrazione. Una notizia che ha letteralmente spiazzato l’Italia e che va decisamente contro la tutela delle IG e del consumatore. CIA a questo proposito afferma: “Una cattiva notizia per il Made in italy agroalimentare e la tutela dei consumatori. La retromarcia della Commissione europea sulla norma che vieta l’uso di bottiglie senza etichetta e oliere anonime nei locali pubblici è una sconfitta per tutti i Paesi come il nostro, che da sempre portano avanti una dura battaglia contro le frodi e gli inganni a tavola. Questa norma ‒ ricorda la Cia ‒ doveva mettere fine alle oliere anonime spesso riempite chissà quante volte, magari spacciando per extravergine un prodotto di basso livello. In questo modo, si voleva garantire finalmente qualità, autenticità e origine dell’olio messo a disposizione del consumatore finale, ma anche proteggerne la salute. Oltre ovviamente a migliorare la sicurezza legata all’igiene del prodotto, grazie all’obbligo del tappo “anti rabbocco”. Ancora una volta ‒ conclude la Cia ‒ dobbiamo constatare che l’Europa ha scelto di bocciare una norma appoggiata da ben 15 Paesi, tra cui i principali produttori come Italia e Spagna, premiando invece chi l’ha osteggiata fin dall’inizio come gli Stati del Nord, a partire da Germania, l’Olanda e l’Inghilterra”. Certo, ma ci domandiamo anche quanto abbiamo fatto noi, diretti interessati, per far capire l’importanza di una tale norma a livello europeo? Citiamo Elia Fiorillo, che nell’intervista a Olioooficina afferma: “Probabilmente, se in Europa in questi anni avessimo messo la Commissione nelle condizioni di capire l’importanza della norma per la conservazione del prodotto, per il suo apprezzamento e per la tutela e trasparenza delle informazioni, oltre alle positive ricadute sull’immagine della ristorazione, non avrebbe opposto resistenza”.

Fonti

www.qualivita.it www.aicig.it www.cnac.gov.it

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