Aspro confronto commerciale su tutti i mercati e scelte diverse sulla sostenibilità

Italia-Francia, duello all’arma bianca

Riparte la battaglia tra i due highlander del vino

La testata di Zidane. Il golden goal di Trezeguet. La nazionalizzazione di Stx per evitarne l’acquisizione da parte di Fincantieri. La politica inaspettatamente nazionalista del neo presidente Emmanuel Macron riattizza la rivalità mai sopita tra Italia e Francia. Uno scontro che non risparmia il mondo del vino. Con la Francia che tra il 2016 e il primo trimestre 2017 recupera decisamente terreno negli Usa, un mercato che sentivamo ormai nostro. E con l’export italiano che finalmente prende piede in Cina e nei mercati dell’Estremo Oriente (dove la Francia continua però a essere leader indiscusso). Un vero e proprio duello mondiale, in un mondo che inizia a essere un po’ stretto per i due highlander del vino. L’effetto Brexit, la minaccia di nuove sanzioni alla Russia, la possibilità dell’aumento dei dazi statunitensi (idea mai accantonata da Trump) spinge i due contendenti alla continua ricerca di nuovi mercati. L’equilibrio commerciale internazionale è però di nuovo instabile e la battaglia si fa sul prezzo. E questo vale anche per produzioni di alta gamma come quelle bio. Difficoltà che rendono ancora più strategiche le risorse messe a disposizione dall’Ocm vino per la promozione nei mercati terzi. Dopo aver dovuto rinunciare a 26 milioni di euro nel 2017 per vicende giustizial-amministrative, il ministro Maurizio Martina ha ricaricato l’intero montepremi da 102 milioni di euro per il 2018. Nel frattempo però è venuta meno la pax enologica innescata proprio dai fondi promozione. Passati da strumenti incentivanti l’unione e l’aggregazione di filiera a pretesti per liti e ricorsi al Tar. Proprio come per l’agente 007: il mondo non basta più. Le difficoltà di un mercato internazionale che si sta saturando innescano profonde divisioni: Uiv contro Federvini; Federvini contro Alleanza delle Cooperative; privati contro cantine sociali; Barolo contro Moscato; Metodo Classico contro Prosecco. C’è chi vorrebbe dare ai fondi promozione una funzione didattica (per insegnare ai consumatori dei Paesi terzi quale sia la vera qualità del vino italiano, che naturalmente è quella del proprio vino) e c’è chi vorrebbe prendere spunto dai maestri francesi (“limitiamo la produzione – magari quella dei concorrenti – per crescere in valore”). Salvo poi scoprire, per l’appunto, che i francesi non sono maestri, bensì rivali. La nostra viticoltura, per fortuna, segue binari a scartamento ben diverso da quello transalpino. Se la superficie totale a vigneto è simile (690mila ettari sotto le Alpi, 785mila ettari sopra), il peso è differente (9% da noi; 4,5% da loro), perché la superficie agraria francese è più del doppio di quella italiana. Seguirne l’esempio, dimezzando la superficie, non avrebbe senso. Anche perché l’Italia ha scelto una strada diversa: tutelare la biodiversità, il suolo e le acque con la coltura più sostenibile, ovvero il vigneto. È questa la scelta che andrebbe promossa, sui mercati terzi e anche in quelli interni.

Controcanto

I fondi promozione non sono eterni L’errore più grave che può commettere il comparto del vino italiano? È quello di considerare i fondi per la promozione come acquisiti. È il paradosso più evidente dell’ultimo anno: un comparto che da una parte si autocelebra come leader nell’export agro-alimentare e che dall’altra polemizza per la perdita dei contributi Ue. Tutti i testi di marketing insegnano che la fase di promozione non può durare all’infinito. E a Bruxelles è partito il confronto per stabilire l’architettura della prossima politica agricola comunitaria post-2020. Gli unici punti per ora chiari sono: 1. le risorse a disposizione saranno limitate, anche a causa della Brexit. 2. La nuova politica agricola dovrà essere coerente con gli obiettivi europei di lotta alla disoccupazione, inclusione, tutela dell’ambiente. Pretendere che l’Ocm vino non cambi rischia di essere un autogoal. L’unica strada per giustificare la politica di sostegno sui mercati può essere quella di promuovere non il vino in sé, ma i vini sostenibili. Una scelta che può essere vantaggiosa soprattutto per l’Italia.

Editoriale di VVQ 6/2017, Settembre

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