Botta e risposta con Denis Pantini, Wine Monitor

Export: non per tutti ma potenzialmente per molti

L'aggregazione come fattore chiave per le aziende di piccole dimensioni

foto-Denis-Pantini-1-1Le stime Wine Monitor per l’export di vino italiano dicono di un 2014 in lievissima progressione (poco più dell’1%) rispetto all’anno precedente, con un valore che dovrebbe assestarsi attorno ai 5,1 miliardi di euro rispetto ai 5,04 del 2013, dopo tassi medi annui di crescita superiori al 9% tra il 2009 e il 2013“.
Così si apriva un comunicato diramato da Wine Monitor (Nomisma) a fine 2014.
Partendo dalle considerazioni contenute in questo documento, abbiamo rivolto tre semplici domande a Denis Pantini (foto), Responsabile Agricoltura e Industria Alimentare di Nomisma, in merito alla propensione all’export mostrata dal settore vitivinicolo italiano.

Esistono parametri oggettivi di valutazione della propensione all’export delle aziende vitivinicole italiane?
“Attraverso la nostra banca dati Wine Monitor, la raccolta di informazioni da altre e differenti fonti (note integrative ai bilanci aziendali, enti istituzionali, ecc.) e le diverse analisi che periodicamente realizziamo sul settore abbiamo ricostruito il quadro della propensione all’export delle imprese vinicole italiane che trova conferma nei risultati emersi dalle indagini dirette (svolte sia da Wine Monitor ma anche da altri istituti) rivolte alle aziende, una delle modalità possibili per conoscere quanta parte del fatturato viene ottenuto sui mercati esteri.

Quale quadro del settore emerge dall’analisi di tali parametri?
“Considerato nel complesso, il vino rappresenta il principale prodotto agroalimentare italiano esportato, il cui valore venduto all’estero (circa 5 Miliardi di euro) vale indicativamente la metà di quello totale: in altre parole la propensione all’export di settore è quindi vicina al 50%. Calando tale valore al livello delle singole aziende, l’analisi Wine Monitor ci restituisce un quadro dove tale propensione aumenta al crescere delle dimensioni economiche delle imprese: per quelle tra 10 e 20 milioni di fatturato è poco superiore al 40%, mentre per quelle con oltre 100 milioni di fatturato arriva mediamente al 64%. Il problema è che in Italia le aziende con fatturati superiori ai 100 milioni di euro sono meno di 15, mentre la maggior parte dei produttori vinicoli sono di piccolissima dimensione (le cantine che producono meno di 100 ettolitri all’anno rappresentano più del 70% del totale, pari ad oltre 60.000 aziende). Questo non significa che non vi siano piccoli produttori che riescono ad esportare: esistono diversi casi di aziende che si sono focalizzate su nicchie di mercato anche all’estero. Tuttavia, al di là di questi episodi, le condizioni di accesso dei mercati stranieri richiedono spesso risorse, competenze ed anche quantitativi di prodotto che le piccole aziende nella maggior parte dei casi non hanno”.

Quali indicazioni pratiche si sentirebbe di dare alle aziende del settore per superare i problemi legati alle piccole dimensioni e allargare così, come da lei stesso sottolineato in un suo recente intervento, la platea delle imprese esportatrici?
“Gli interventi in grado di eliminare le barriere all’ingresso ai mercati esteri per rendere economicamente conveniente l’export alle piccole aziende (soprattutto in questo scenario di calo dei consumi sul mercato nazionale) vanno tutti nella direzione di una maggior aggregazione (tra imprese), passando dai contratti di rete a forme più strutturate come consorzi o cooperative, sia per quanto riguarda la disponibilità di prodotto per la vendita ma anche relativamente all’acquisizione di competenze (come nel caso della figura del temporary manager per l’export)”.

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