Biostimolanti, un ruolo da protagonisti nella svolta green del vigneto

PIÙ QUALITÀ, CONTRASTO AL CLIMATE CHANGE, MATURAZIONI IN SINCRONIA

I biostimolanti sono mezzi tecnici di nuova generazione da usare con competenza per una gestione smart del vigneto
Stretta normativa per la definizione di questi prodotti smart, ma l’effetto potrebbe non essere quello auspicato

Nuove tecnologie di breeding, digital farming, bioprotezione e, soprattutto, biostimolanti.

Sono i fantastici quattro della sostenibilità, mezzi tecnici di nuova generazione, categorie nuove di zecca che, nei proclami di istituzioni come Onu o Commissione europea, consentiranno di fare il salto definitivo verso un modo di produrre più smart in agricoltura e in viticoltura.

Tocca ora agli imprenditori agricoli trovare il modo per mantenere queste promesse, un obiettivo raggiungibile?

Articolo pubblicato sul numero 7/2020 di VVQ

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L’uscita dal “limbo”

Più qualità,contrasto al climate change, maturazioni  in sincronia

Sì, servono però adeguate competenze nell’utilizzo ottimale di questi mezzi tecnici. E occorre soprattutto chiarezza nel definire cosa siano esattamente.

L’esempio dei biostimolanti è in questo senso eclatante. È considerato uno dei business con migliori prospettive di sviluppo. Non sono in realtà prodotti nuovi, gli agricoltori hanno imparato a conoscerli da alcuni decenni. Solo negli ultimi anni si è cercato però di portare un po’ di chiarezza normativa per farli uscire da un limbo vagamente posizionato a metà strada tra la categoria degli agrofarmaci e quella dei fertilizzanti.

Solo maggiore tolleranza agli stress abiotici, non a quelli biotici. La nuova normativa mette fine all'ambiguità del dual use

Cosa si stimola?

Il termine biostimolante si presta infatti a numerosi fraintendimenti e interpretazioni, a seconda di cosa si pensa di dover “stimolare”.

Il vigneto è uno degli ambiti in cui questa confusione è estrema. Una recente indagine di Agri 2000 scarl su tecnici e utilizzatori ha messo in evidenza che gli effetti attesi da chi utilizza questi prodotti sono:

  • l’aumento della qualità del prodotto e delle rese (70% delle risposte);
  • il contrasto agli effetti degli stress abiotici causati da fenomeni come siccità, eccessi idrici, grandine, alte e basse temperature, ecc (30-40%);
  • l’ottimizzazione dell’apporto di fertilizzanti (30%);
  • anticipo o regolazione della maturazione (10%).

Per l’uva da vino la prima risposta (aumento delle rese) non vale e quindi assumono più peso tutte le altre risposte. Comprese quelle espresse dal 40% degli intervistati che ha indicato altri effetti, soprattutto relativi alla difesa da avversità e parassiti.

L’impatto della norma Ue

La stretta
normativa
non spinga
il settore
fuori legge

Una proprietà, quest’ultima, che per i biostimolanti è assolutamente impropria. Dopo anni di far west, in cui la categoria dei biostimolanti è stata presa d’assalto da miscugli di diversa natura (ed effetti non dimostrabili) solo con l’obiettivo di accedere ad una categoria favorevole dal punto di vista fiscale (4% di Iva invece che 22%), dieci anni fa la normativa italiana ha messo un po’ d’ordine.

La Legislazione italiana sui fertilizzanti (D.Lgs. 75/2010 e successive modifiche del 10 luglio 2013) dedica infatti un'apposita sezione ai biostimolanti definendoli: «sostanze che favoriscono o regolano l’assorbimento degli elementi nutritivi o correggono determinate anomalie di tipo fisiologico».

I prodotti iscritti in Italia sotto questa categoria nel registro telematico gestito dal Sian sono oggi più di 700, di cui 114 per l’agricoltura convenzionale e ben 607 formulati consentiti in agricoltura biologica.

Dal prossimo 16 luglio 2022 rischiamo di perdere la maggioranza di questi prodotti. È infatti la data in cui entrerà in vigore il Reg.2019/1009. La nuova normativa europea, ispirata ai criteri dell’economia circolare, detta una nuova definizione di biostimolante: prodotto fertilizzante con la funzione di stimolare i processi nutrizionali delle piante indipendentemente dal tenore di nutrienti del prodotto, con l'unico obiettivo di migliorare una o più delle seguenti caratteristiche delle piante:

  1. efficienza dell'uso dei nutrienti;
  2. tolleranza allo stress abiotico;
  3. caratteristiche qualitative;
  4. disponibilità di nutrienti nel suolo o nella rizosfera.

Stop a dual use e doppioni

Solo maggiore tolleranza
agli stress abiotici,
non a quelli biotici.

La normativa
mette fine
all’ambiguità
del dual use

I criteri di classificazione ed etichettatura dettati dal nuovo regolamento sono completamente diversi e incompatibili con quelli del Dlgs 75/2010 attualmente in vigore.

Il legislatore comunitario conferma infatti che si tratta di fertilizzanti (negli Usa invece i biostimolanti sono compresi nella norma sugli agrofarmaci, seppur in una categoria a parte), calca la mano sulla tolleranza agli stress abiotici (un definitivo stop ai prodotti “dual use” che vantano effetti anche sulla difesa delle colture).

I punti in comune con la normativa italiana finiscono qui. Per il resto i parametri fissati dal Reg. 1009 in termini di: materie prime utilizzabili, funzioni da indicare in etichetta, contenuti di elementi non si adattano alla maggioranza dei prodotti utilizzati in Italia.

La nuova norma poi non prevede “doppioni”: i prodotti iscritti come biostimolanti non dovranno essere compresi in un’altra categoria. Il Reg. Ue obbliga a preparare dossier per la validazione dei biostimolanti, cioè a effettuare prove sperimentali in campo secondo standard codificati dal Cen: i produttori sono tenuti a dimostrarne e indicarne chiaramente in etichetta gli effetti per ogni pianta bersaglio. I prodotti già registrati che corrispondono a tutti questi requisiti sono oggi non più di una decina.

Ritorno al far west?

Troppo pochi per la rivoluzione green auspicata da Onu e Unione europea. Oggi il business mondiale di questi prodotti è di oltre 3 miliardi di dollari. Il loro utilizzo è in forte crescita anche nei vigneti e questo è legato soprattutto alla necessità di contrastare gli effetti nefasti del climate change. L’imprevedibilità del clima rende necessario un fine tuning per registrare in tempo reale il ciclo vegetativo della vite e superare eventuali stress causati da eccessi termici o pluviometrici.

I biostimolanti si stanno rilevando una preziosa risorsa in questa direzione. La chiarezza normativa produce indiscutibili vantaggi, ma occorre trovare il modo per neutralizzarne gli effetti più negativi.

La migrazione della maggioranza di questi prodotti verso nuove fantasiose categorie (Elicitori? Induttori? Corroboranti? Tonificanti?) farebbe precipitare questo settore nel far west di oltre dieci anni fa.

Contrastare l’impatto del climate change con un fine tuning del ciclo vegetativo della vite. Una delle promesse di questi prodotti

Quali prodotti

Estratti di alghe, idrolizzati proteici ed amminoacidi, microrganismi, in particolare rizobatteri e micorrize.

Parte da questo variegato insieme di prodotti l’avventura relativamente recente dei biostimolanti in agricoltura. Oggi in commercio si trovano prodotti di origine organica, derivati da sottoprodotti dell’industria agroalimentare, microrganismi ed elementi inorganici come selenio, silicio e cobalto. Spesso riuniti in formulazioni complesse.

Il Dlgs 75/2010 li categorizza in base agli elementi alla base dei formulati in:

  • idrolizzato proteico di erba medica;
  • epitelio animale idrolizzato;
  • estratto di erba medica,
  • alghe e melasso;
  • estratto acido di alghe famiglia Fucales;
  • inoculo di funghi micorrizici;
  • Idrolizzato enzimatico di Fabaceae,
  • filtrato di crema di alghe,
  • estratto umico di leonardite,
  • estratto fluido azotato a base di alga Macrocystis Integrifolia.

Il nuovo Reg. 1009/2019 prevede solo due categorie: microbici e non.


Uno “stimolo” aromatico

I viticoltori li chiamano biostimolanti, ma tali non sono sono. Alcuni formulati a base di lieviti secchi inattivi, applicati in vigneto in applicazioni fogliari, si dimostrano efficaci nello “stimolare” una migliore risposta aromatica delle uve nel corso della vinificazione.

Uno dei maggiori problemi indotto dal climate change è infatti connesso all’anticipo del ciclo vegetativo della vite a ridosso della vendemmia e alla non perfetta sincronizzazione tra maturità tecnologica, fenolica e aromatica.

Con una forte variabilità, magari all’interno dello stesso vigneto. L’applicazione di questi prodotti (clicca qui per maggiori informazioni: LalVigne™: innovativa applicazione fogliare LALLEMAND per la qualità delle uve) stimola la produzione di composti aromatici tipici e ha effetti anche sullo spessore delle bucce degli acini.  Svolgono infatti un’azione elicitoria nei confronti della pianta stimolando il metabolismo secondario favorendo un maggior accumulo dei precursori aromatici tipici varietali diventando preziose risorse contro gli stress abiotici indotti dal clima (ma per ora non si possono chiamare biostimolanti).

Biostimolanti, un ruolo da protagonisti nella svolta green del vigneto - Ultima modifica: 2021-03-25T19:36:46+01:00 da Lorenzo Tosi

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