La competenza del macchinista

La locomotiva del Prosecco rallenta e il vino italiano, appesantito dalle giacenze, deraglia. La filiera si confronta per cercare vie di uscita, ma se non si punta su qualità e tecnica passa la voglia di bere

Falò accesi e vignaioli che fanno la danza della pioggia. Il barometro di questa primavera segnala forti turbolenze. Vento, grandine, neve, rischio gelate e violenti temporali hanno colpito a chiazze il vigneto Italia. Castighi divini in qualche modo invocati dalle preghiere “all’incontrario” di produttori allarmati dalle forti tensioni sui prezzi registrate già alla fine della vendemmia 2018 e ulteriormente acuite dalle prime (azzardate) previsioni sulla campagna in corso. Un appello agli dei del maltempo affinchè i fortunali non alleggeriscano il proprio raccolto, ma quello del vicino. Il global warming fa infatti impazzire il clima non solo nei vigneti, ma anche nelle borse merci. Con una domanda che reagisce in maniera emotiva sia ai minori raccolti (come quelli del 2017), sia a quelli abbondanti.

Crisi di “troppa liquidità”

Sulle cantine oggi preme infatti lo spettro di forti giacenze soprattutto di vini bianchi generici e varietali che, con la loro presenza, trascinano verso il basso i listini dell’intera piramide della qualità. Una crisi di “troppa liquidità” che non risparmia il sistema Prosecco, il cui prezzo medio all’origine è calato in poco tempo da 250 a 150 €/hl. La locomotiva del vigneto Italia sta infatti rallentando la corsa, appesantito da scorte che a metà aprile sono arrivate a lambire i 4 milioni di ettolitri per le denominazioni. Ma occorre considerare soprattutto la Glera fuori da Doc e Docg: le giacenze totali di vino in Veneto e Friuli messi insieme arrivano a quasi 16 milioni di ettolitri, poco meno di un terzo delle intere scorte italiane. Qui il sistema delle autorizzazioni non ha infatti frenato la corsa agli impianti, soprattutto di Pinot Grigio e di Glera. Gli 8mila gli ettari oggi fuori dalle denominazioni hanno convinto il presidente del Veneto Luca Zaia a bloccare i 1200 ettari promessi ai Consorzi, per salvaguardare la biodiversità ed evitare lo scoppio di una bolla economica, scombinando però così i programmi dei vivaisti.

Autogoverno per non disperdere il capitale dei vigneti

Ma se la locomotiva rallenta e i vagoni di coda sono appesantiti dalle giacenze, il rischio di deragliamento del treno del vino italiano diventa sempre più concreto e c’è infatti già chi sta tirando con forza la leva del freno d’emergenza. Il confronto all’interno della filiera è serrato. Gli imbottigliatori chiedono di togliere dei vagoni, ovvero di limitare ulteriormente l’estensione del vigneto italia. Che però è già arrivato al minimo storico (poco più di 612mila ettari), ritirandosi da aree collinari vocate e venendo così meno alla sua missione di sostenibilità e di tutela dei territori. Più azzeccata sembra la proposta del settore cooperativo. La coordinatrice Ruenza Santandrea ha formulato un piano per limitare le rese massime e per arrivare al pieno controllo anche delle produzioni dei vini generici, spesso gonfiate dal meccanismo a vasi comunicanti delle riclassificazioni. In pratica quello che ha fatto TrenItalia: selezionare l’accesso dei passeggeri ai vagoni migliorando servizi e velocità senza sacrificare il capitale infrastrutturale.

Un’ipotesi di estremo “autocontrollo” che alcuni temono possa imbrigliare la biodiversità del vigneto italia, che varia da impianti a tendone capaci di produrre centinaia di quintali di uva (vendendola però a poche decine di cent) fino a nicchie di qualità nate dal nulla grazie all’intuizione di vignaioli geniali ed anarchici. Ci sono alternative?

E l’agronomia ?

La sfida più entusiasmante sarebbe quella di inventarsi qualche nuova locomotiva: il bio, i nuovi vitigni resistenti “autoctoni” o nuove denominazioni capaci di bissare il successo del Prosecco. E nel frattempo di curare la competenza dei “macchinisti”. Il paradosso messo in luce da Carlo De Biase di Cantina Toblino è infatti quello di un’Italia viticola che parla sempre più di sostenibilità ma che crede sempre meno nell’agronomia, tanto che i tecnici sono diventati una rarità in molte zone. I vigneti sono franati in pianura, lo abbiamo scritto, la resa sta tornando a dettare legge sulla qualità fino a registrare il paradosso di produzioni che non raggiungono il grado alcolico minimo in epoca di climate change. Per vendere il vino bisogna far venire voglia di berlo e per riuscirci serve più “studiare” e investire sulle proprie conoscenze che “pregare”per le disgrazie altrui.

La competenza del macchinista - Ultima modifica: 2019-06-11T10:44:08+00:00 da Lorenzo Tosi

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