I più recenti studi di biologia molecolare rilanciano l’importanza della valorizzazione degli autoctoni

Georgia on my mind, ma non nei miei vitigni

La necessità di guardare con una diversa ottica al wild side della vite

Scurdammoce ‘o passato. Almeno quello più remoto.
La controriforma dei cacciatori di fake news ha ormai messo nel mirino anche la pratica distorta dell’abuso di racconto del vino. Raccomandando di lasciare in pace Plinio il Vecchio e i grandi cronisti del passato.
I vitigni autoctoni vanno di moda, fanno vendere e stimolano la fantasia di tanti bardi improvvisati. Anna Schneider del Cnr di Torino mette però in guardia anche i comunicatori più distratti: non c’è alcuna evidenza scientifica che leghi le varietà di oggi con quelle dei greci e dei latini (e forse anche con quelle medievali). Le radici dei numerosi vitigni italiani non si trovano infatti nella loro etimologia, ma nel Dna. La biologia molecolare, applicando le stesse tecniche con cui si identificano i criminali in serie televisive di successo come CSI, sta consentendo di tracciare nuove storie e nuove geografie sulla loro origine. Che è sempre più remota: siamo arrivati a 8mila anni fa grazie a una recente ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Pnas e a cui ha collaborato Osvaldo Failla dell’Università di Milano, che ha permesso di individuare tracce di uva fermentata in un cratere rinvenuto nello scavo neolitico di Gadachrili Gora in Georgia, 50 chilometri a sud della capitale Tbilisi. Riconquistando così un primato messo recentemente in discussione da scavi analoghi sui monti Zagros in Iran (fermi però al 5400 a.C.).
Georgia on my mind, cantava Ray Charles, e pure Attilio Scienza, in una versione più enologica. Il grande scienziato della vite, di nome e di fatto, ha infatti legato molta della sua attività più recente allo storico patrimonio dei vitigni caucasici, ricchi di biodiversità (e di possibili geni di resistenza) grazie a millenni di riproduzione via seme e non per talea. Centro di domesticazione primario della Vitis vinifera, si dice. Eppure anche i progenitori georgiani non sembrano così affidabili e fedeli. Una recente analisi sul Dna di 400 varietà georgiane ha infatti smentito alcun rapporto genetico tra questi vitigni e i nostri, anzi. Ha addirittura individuato, tra parte orientale e occidentale del Paese caucasico due gruppi varietali con origini ben distinte.
Un legame, quello con il Caucaso, già messo in discussione anche dagli effetti dell’erosione genetica causata dall’alternanza di periodi caldi e glaciazioni. E anche da effetti antropici come quello legato nel ‘600 e ‘700 all’affannata ricerca di varietà più produttive.
Un taglio netto con il passato che spinge a cercare nuovi natali per i nostri vitigni. Che non sono certo orfani, ma forse meno nomadi di quanto ipotizzato. Seguendo le orme di un caso emblematico come quello del celebre studio attraverso marcatori microsatelliti sui vitigni sardi Bovale Murru e Bovale Maristellu, che ha portato all’evidenza dell’esistenza di altri centri di domesticazione della vite (come la Sardegna, appunto), si potrebbe scoprire che il legame di tipicità di molti vitigni è storico o addirittura preistorico. E che la distanza genetica tra vite coltivata e selvatica non è siderale.
Gli effetti sono due.
Innanzitutto il rilancio della carta, tutta italiana, della ricchezza varietale, a confronto di quella, molto francese, della predominanza del terroir. Alcuni dati in pubblicazione, come ad esempio quelli derivanti dal lavoro di Cinzia Montemurro dell’Università di Bari su centinaia di genotipi, fanno emergere la forte caratterizzazione delle popolazioni di vitigni pugliesi, con un pool di frequenze alleliche molto netto rispetto a nazionali e internazionali. Significa che non è assolutamente errato valorizzare i vitigni autoctoni e i vini derivati, perché mantengono caratteristiche genetiche molto ben conservate.
E il secondo spinge a guardare con maggiore attenzione al wild side della vite. I cugini selvatici sono una risorsa da valorizzare, soprattutto in vista di un possibile prossimo sdoganamento delle nuove tecniche di breeding. Il sangue resistente non è solo quello americano.

Editoriale di VVQ 8/2017, Dicembre

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