Nuove sfide per le denominazioni di origine

L’innovazione è possibile nella misura in cui le scelte non siano mosse semplicemente dall’emozione, ma siano oggetto di uno studio che possa garantire la stabilità delle denominazioni e un futuro alle stesse

Sono passati più di sessant’anni dal primo provvedimento legislativo concreto (il DPR 930 del 1963) sulla tutela e il riconoscimento delle Denominazioni d’Origine in Italia. Un provvedimento che partiva concettualmente da lontano (seconda metà dell’800) e che, a seguito di numerosi tentativi, vedeva la luce sulla scia dell’esperienza delle AOC francesi e dopo che numerosi studiosi, fra i quali il professor Italo Cosmo, avevano teorizzato sull’importanza di legare i vitigni ai territori d’origine e su quella che sarebbe stata la leva economica futura per il settore ingenerata da detta azione.

Di strada se n’è fatta molta.

Oggi fra DOC, DOCG e IGT in Italia si contano più di 500 denominazioni, cosa che rispecchia, in termini di numeri, gli oltre 500 vitigni considerati autoctoni sparsi nel territorio italiano. A fronte di questa frammentazione così importante vediamo che 10 denominazioni, da sole, rappresentano oltre il 50% della produzione commercializzata delle D.O. in Italia. Prodotti con storie importanti, ma spesso che incontrano anche le aspettative del consumatore.

Oggi, la spinta a plasmare l’offerta sulle tendenze di mercato è sempre più sentita.

Dobbiamo chiederci però quali sono i cardini che legano le denominazioni alla riconoscibilità e alla tutela. Quando si parla di denominazioni, si parla di prodotti che hanno una caratterizzazione strettamente legata all’ambiente di produzione e all’influenza umana sul sistema produttivo. La tutela delle stesse si articola quindi su due pilastri, la riconoscibilità e la specificità. Le proposte di modifica dei disciplinari sono ultimamente orientate verso l’ampliamento dell’offerta con prodotti che prevedono una riduzione della gradazione alcolica, versioni in rosato e tipologie spumanti.

In riferimento a questi temi, la Commissione Europea ha invitato gli stati membri a porre particolare attenzione, nelle modifiche dei disciplinari, al mantenimento delle caratteristiche essenziali dei prodotti.

È possibile far coesistere una necessaria evoluzione dei prodotti con il concetto di tipicità? Sicuramente, a patto che le nuove tipologie inserite nei disciplinari possano essere individuate chiaramente come legate alla produzione nel territorio d’origine. Detta “equazione” si verifica nel momento in cui si effettuano sperimentazioni pluriennali che dimostrino la validità delle scelte, sulle nuove tipologie, insieme alla loro connessione con la specificità territoriale e la similitudine dei prodotti ottenuti con la denominazione di partenza, per quelle che sono le variazioni nell’ambito delle modifiche “minori” (come nei casi di riduzione della gradazione alcolica o di inserimento di nuove varietà complementari).

L’innovazione è quindi possibile nella misura in cui le scelte non siano mosse semplicemente dall’emozione, ma siano oggetto di uno studio che possa garantire la stabilità delle denominazioni e un futuro alle stesse, sempre legate al territorio d’origine, sulla scia della grande responsabilità attribuita ai Consorzi di Tutela con le modifiche introdotte dal Reg. UE 2024/1143 sulle denominazioni

Editoriale di VVQ 3/2026

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Nuove sfide per le denominazioni di origine - Ultima modifica: 2026-04-01T09:26:43+02:00 da Redazione

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