Dare nuovi contenuti alla vocazione viticola

Se la trasformazione della natura operata dall’uomo in un territorio viticolo è il tentativo, destinato a fallire, di risolvere l’enigma che ogni vino nasconde, in futuro la parola vocazione sarà affidata alla possibilità di produrre vino con il minor impiego di risorse esogene al vigneto, attraverso i progressi della genetica e della viticoltura digitale.

Il termine vocazione ha un significato polisemico e definisce una particolare attitudine verso una professione o una espressione artistica. Prende origine dal latino vocatio, chiamata (vocazione alla musica, alla vita religiosa, alla recitazione, etc.), ma nel caso di un territorio agricolo rappresenta l’idoneità di un luogo delimitato per una produzione dalle caratteristiche peculiari.

Da un punto di vista concettuale, la vocazione alla qualità di un vigneto può essere interpretata come un processo di socializzazione della natura, che si articola in una fase costituiva e in una ontologica.

La dimensione costitutiva, identificata dal tempo, dallo spazio, dalle caratteristiche della collettività e dai suoi meccanismi di funzionamento, si esprime sul piano simbolico attraverso l’uso di una denominazione, sul piano materiale con la reificazione (attraverso la quale si rendono materiali le cose astratte) e sul piano organizzativo strutturando un disciplinare di produzione.
La declinazione ontologica, che si pone alla ricerca della struttura gerarchica alla base del modello viticolo, definisce le responsabilità del viticoltore nelle modalità con le quali abita la natura, come la trasforma in territorio e quale valore antropologico dà al territorio stesso.

Un esempio può aiutare a dare contenuti a queste definizioni.

Il vino di Tracia, citato nell’epica omerica in molte occasioni pubbliche, proveniva da un territorio famoso non per la qualità dei suoi vini ma perché, nella sua dimensione costitutiva, esprimeva valori simbolici (la terra di Dioniso), materiali (sulla via dell’ambra e dello stagno) e organizzativi (il mercato del vino focese). Gli aspetti ontologici erano altrettanto importanti e riguardavano la responsabilità dei suoi abitanti nell’operare sulla natura per trasformarla in un territorio viticolo attraverso la scelta dei vitigni, del modo di coltivarli e delle modalità di vinificazione e infine nell’impiego di anfore dalla precisa foggia per la comunicazione dei vini prodotti in quel territorio.

I valori che la civiltà occidentale, attraverso le sue radici greche e latine, identifica nei terroir viticoli europei e che protegge con la normativa delle Denominazioni d’Origine, sono tutti compresi nei contenuti della parola vocazione.

Purtroppo, tuttavia, alle buone intenzioni non corrispondono sempre azioni favorevoli al raggiungimento del risultato auspicato. I fanatici del terroir hanno come oggetto del loro interesse il mistero del rapporto tra le caratteristiche di un vino e il pedoclima dove è prodotto. Un po’ come i filosofi, che sono pazzi di dio, perché la loro ricerca ha sempre per oggetto dio, che lo si affermi o che lo si neghi. Ma la prospettiva è molto più ampia, dove l’approdo è la natura. E se la trasformazione della natura operata dall’uomo in un territorio viticolo è il tentativo, destinato a fallire, di risolvere l’enigma che ogni vino nasconde, in futuro la parola vocazione sarà affidata alla possibilità di produrre vino con il minor impiego di risorse esogene al vigneto, attraverso i progressi della genetica e della viticoltura digitale.

Editoriale di VVQ n. 3/2024

Leggi il numero oppure abbonati alla rivista

Dare nuovi contenuti alla vocazione viticola - Ultima modifica: 2024-04-03T08:22:09+02:00 da Redazione

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento
Per favore inserisci il tuo nome