Resistenti che esprimono territorio, annata e qualità enologica

Marco Stefanini

La resistenza si coniuga sempre più con qualità e tipicità. A confermarlo, ancora una volta, è stata la Rassegna dei vini PIWI andata in scena lo scorso novembre 2025 a San Michele all’Adige, presso la Fondazione Edmund Mach. Si è trattato della quinta edizione, che ha visto una crescita esponenziale delle etichette in degustazione, arrivate a 141, e per la prima volta ha accolto anche vini dall’estero. Il responso del palato ha evidenziato non solo l’aumento della qualità enologica media, ma anche quanto territorio e annata incidano in modo determinante anche su questi vini.

L’annata prevalente era la 2024, non facile per la viticoltura italiana, soprattutto nel Nord, dove si concentra la maggior parte delle superfici a vitigni resistenti. I vini da varietà precoci come Solaris sono risultati spesso magri e talvolta eccessivamente acidi, mentre quelli ottenuti da varietà più adatte alle aree calde hanno espresso maggiore complessità aromatica ed equilibrio. I frizzanti, i rifermentati con metodo Martinotti o Classico, sono la tipologia che più di tutte ha mostrato un netto salto qualitativo rispetto al passato. Rossi e bianchi con macerazione mettono invece in luce il limite attuale del numero di varietà coltivabili: dal 2022 non si registrano nuovi inserimenti di varietà resistenti nel Registro Nazionale, riducendo la possibilità di valutare l’adattamento di nuovi genotipi ai diversi contesti climatici. Una migliore conoscenza della struttura della bacca potrebbe inoltre rendere le macerazioni più coerenti con lo stile dei vini contemporanei.

Nelle diverse tipologie a confronto è emersa con chiarezza la crescita delle competenze di cantina, sempre più orientate a valorizzare il potenziale di varietà presenti in Italia da oltre dieci anni e che oggi gli enologi conoscono e interpretano con maggiore consapevolezza territoriale. L’incrocio guidato si conferma la tecnica di miglioramento genetico più efficace per ampliare la biodiversità della vite, e proprio questa variabilità rappresenta la risposta più concreta ai cambiamenti climatici, unita a una sostenibilità ambientale elevata, grazie alla drastica riduzione dei trattamenti fitosanitari. Resta difficile comprendere perché in Italia, e solo in Italia, queste varietà siano ancora escluse dalle Doc e Docg, quando nel resto d’Europa sono già inserite nei disciplinari di produzioni di prestigio come Champagne e Bordeaux: un’anacronistica barriera burocratica che auspichiamo venga presto superata.

Durante l’evento di premiazione, nel gennaio 2026, due relazioni hanno evidenziato i progressi nella gestione di queste varietà anche rispetto alle patologie secondarie. Da un lato, lo sviluppo di un DSS dedicato ai vitigni resistenti consente di rendere ancora più mirati i pochi trattamenti necessari; dall’altro, l’individuazione di marcatori genetici legati alla resistenza al Black rot apre nuove prospettive di selezione. Sul piano enologico, la crescente conoscenza dei composti e delle tecniche di estrazione amplia ulteriormente le possibilità di adattare questi vini alle diverse espressioni dei territori.

Resistenti che esprimono territorio, annata e qualità enologica - Ultima modifica: 2026-03-02T10:56:55+01:00 da Redazione

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