Il vigneto Italia scivola in pianura

Se l’effetto valanga seppellisce la tipicità

Vale ancora il legame tra qualità e territorio?
Isolated illustration of an ornate Norman battle sword hilt

Nell’Italia delle trecento frane all’anno scivola a valle anche il vigneto. Una tendenza già evidente nell’ultimo censimento Istat (2010), in cui il calo della superficie vitata nazionale (610mila ettari, -11% in 10 anni) era soprattutto legato al venir meno dei vigneti di montagna (-23%) e di collina. Un fenomeno oggi accelerato da casi come il successo del Prosecco Doc, con i nuovi 2mila ettari entrati in produzione tra Trieste e Vicenza, la decisa ripresa del Lambrusco, l’operazione Pignoletto Doc che ha consentito di seppellire l’ascia di guerra enologica tra Emilia e Romagna con nuovi impianti a nord della via Emilia, da Modena fino a Faenza. La vite spadroneggia così in ambienti inediti, la superficie di pianura diventa preponderante in Friuli, Veneto, Emilia-Romagna (ma anche in Puglia e in Sicilia), offrendo occasioni di reddito ai produttori delusi dalle altre colture. Questa veloce avanzata è infatti favorita dalla pesante crisi di redditività che sta segnando altre filiere agroalimentari: quella dei cereali e della zootecnia da latte e da carne, condizionate dalla volatilità dei prezzi delle commodity agricole. Al vigneto però non conviene mai vincere facile: toglie pathos al racconto. La grande ambizione delle trecentomila aziende vitivinicole italiane è infatti quella di vendere il proprio vino come se fosse unico e inimitabile. Una sfida che si vince certamente con la qualità della produzione e la propensione alla commercializzazione, ma anche con il potere di persuasione. Emozione e suggestione giocano un ruolo decisivo nel vino. Dietro al successo del nostro export c’è infatti anche la capacità di dare forma a concetti come tradizione, biodiversità, sostenibilità, salvaguardia del territorio e tutela dell’origine e di saperli legare alle nostre etichette e alle nostre denominazioni. Tra tutte queste accezioni, la bandiera che sembra più logora è quella del primato del territorio, un concetto su cui abbiamo costruito la nostra piramide della qualità. Che ora rischia di essere seppellita da un effetto valanga. VVQ è appena nata, ma è erede di una duplice tradizione (quella di Vignevini e quella di VQ, Vite, Vino e Qualità) che la pone a fianco della filiera vitivinicola, a stretto contatto con agronomi, enologi e produttori. Una prospettiva privilegiata per chi vuole evitare distanze siderali tra il dire e il fare, tra il racconto e la realtà dei fatti. La qualità, il terzo ingrediente della nostra testata, è più espressione della professionalità che del domicilio dei produttori e quindi non è stretto appannaggio della collina. Anche perché il gusto dei nuovi consumatori internazionali si sta orientando verso vini più semplici, meno alcolici e strutturati: per raggiungere questi mercati servono adeguati volumi produttivi. I sistemi più agguerriti della viticoltura italiana hanno trovato il modo per soddisfare questa esigenza attraverso denominazioni ipertrofiche e interregionali. Se però si vuole continuare, nell’epica aziendale, a descrivere produzioni ottenute da vigneti eroici o da rilievi tutelati dall’Unesco, occorre evitare gli errori del passato. Salvaguardare la redditività dei territori in pendenza dando un preciso significato commerciale al concetto di Docg o all’accezione Superiore di molte denominazioni. Non è una sfida da poco: l’Italia è finalmente sullo stesso livello della Francia, siamo riusciti a dimostrare a mezzo mondo che il vino italiano è sì divertente, ma che è anche una cosa seria, un sistema che si sa governare. Brandiremo la Durlindana, soffieremo nell’Olifante per difendere questa frontiera culturale. Editoriale di VVQ 1/2017, Gennaio Leggi i commenti:

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