
Nel vino, il linguaggio non è mai un semplice accessorio descrittivo: è parte integrante dell’esperienza sensoriale e commerciale. La ricerca di Allison Creed analizza 77 pubblicazioni scientifiche uscite tra il 2007 e il 2024 e affronta in modo organico il tema del ruolo della metafora nella comunicazione enologica globale.
L’aspetto più innovativo del lavoro risiede nell’approccio interdisciplinare, che integra linguistica e sensoristica per spiegare come il lessico enologico trasformi percezioni chimico-sensoriali complesse in concetti culturalmente condivisi. In altre parole, lo studio mostra come termini apparentemente familiari – “vino giovane”, “nervoso”, “elegante”, “rotondo”, “profondo”, “vellutato” – non siano semplici convenzioni stilistiche, ma autentici strumenti cognitivi che permettono di tradurre l’esperienza gustativa in linguaggio comunicabile.
Dall’analisi emergono tre grandi famiglie metaforiche ricorrenti:
1) metafore antropomorfiche: il vino assume caratteristiche umane, possiede personalità, temperamento, età, persino intenzionalità. Un vino può essere “introverso”, “seducente”, “muscoloso” o “timido”. Questa costruzione lessicale facilita l’immedesimazione del consumatore, ma introduce anche un forte elemento culturale, perché gli stessi attributi possono evocare significati diversi a seconda del contesto linguistico;
2) metafore cross-modali: in cui un senso viene descritto attraverso un altro. È il caso di acidità “brillanti”, tannini “morbidi”, aromi “caldi” o strutture “taglienti”. Si tratta di corrispondenze intersensoriali riflettono meccanismi cognitivi condivisi. Per la formazione enologica questo è un punto particolarmente rilevante: tali corrispondenze possono migliorare l’apprendimento della degustazione, rendendo più accessibili concetti complessi anche ai non esperti.
3) metafore spaziali e dinamiche: vini che “si aprono”, “esplodono”, “scivolano”, “si sviluppano”. Qui il vino viene percepito come esperienza in movimento, con implicazioni dirette per il racconto della progressione gustativa e dell’evoluzione temporale.
Dal punto di vista applicativo, il lavoro ha implicazioni concrete per il settore. In marketing, conferma che il linguaggio metaforico influenza aspettative, percezione qualitativa e disponibilità a pagare. Descrizioni più evocative e narrative tendono ad associarsi a posizionamenti premium, mentre formulazioni più letterali risultano meno coinvolgenti. Per export e internazionalizzazione, emerge invece un nodo strategico: molte metafore sono culturalmente intraducibili. Un descrittore efficace in un mercato può risultare ambiguo o addirittura inefficace altrove, imponendo un approccio di localizzazione più sofisticato nella comunicazione di brand e prodotto. Questo perché le metafore cognitive di base possono essere universali, ma le loro realizzazioni linguistiche divergono.
Lo studio evidenzia inoltre un limite dell’attuale ricerca: la netta prevalenza di dati provenienti da mercati vinicoli storici europei e anglosassoni, con una sottorappresentazione dell’Asia emergente. Un punto non secondario, considerando la crescente centralità commerciale di quei mercati.
Il messaggio finale è chiaro: il linguaggio del vino non è neutrale. Modella la percezione sensoriale, orienta il valore percepito e condiziona la relazione tra vino e consumatore. Per produttori, comunicatori, formatori e operatori dell’export, comprendere i meccanismi del “linguaggio descrittivo del vino” significa non solo comunicare meglio, ma costruire esperienze di consumo più efficaci, coerenti e culturalmente intelligibili.
Creed A., Wine words, cultural worlds: A systematic review of metaphor and language in global wine communication. Terminology, 2026. Disponibile qui







