Lo scenario prospettato da uno studio sui cambiamenti climatici

Più importanti i panda o le piante di Pinot?

Dove si coltiverà la vite nel 2050

È questa la domanda provocatoria che si pone lo staff del sito Wine-Searcher in un post pubblicato lo scorso 9 aprile 2013, dove si cita uno studio sul rapporto tra mutamenti climatici e viticoltura, comparso recentemente in Proceedings of the National Academy of Science. Secondo questa ricerca, il riscaldamento globale potrebbe determinare nel 2050 una pesante perdita di zone viticole vocate, in misura variabile dal 25 al 73% di quelle attualmente coltivate. Tra le zone citate dallo studio come maggiormente a rischio vi sono la California, il Bordeaux e la valle del Rodano in Francia, la Toscana in Italia. Mentre si prevede che nuove zone vitivinicole possano svilupparsi in Nord America e in Nord Europa. Neppure la coltivazione di vitigni maggiormente tolleranti nei confronti delle temperature elevate e dello stress idrico potrebbe essere sufficiente: per l’Europa mediterranea e l’Australia si profilano perdite addirittura pari ai 2/3 delle loro aree viticole. E il ricorso crescente all’irrigazione finirebbe per porre la viticoltura in una inopportuna competizione con le necessità dell’ambiente circostante, soprattutto in zone in cui l’acqua dolce è già scarsa. Ma c’è di più: le zone di più probabile espansione per la viticoltura nordamericana, come quella che va dallo Yellowstone National Park (Wyoming) allo Yukon in Canada, potrebbero essere le stesse in cui animali come grizzly e lupi attualmente vivono indisturbati. Non solo i vigneti ne altererebbero l’ecososistema naturale, ma potrebbe addirittura essere necessario recintare le vigne per evitare incursioni sgradite… Ancor più preoccupante è il caso della Cina, paradossalmente il Paese che attualmente mostra il più rapido incremento delle superfici vitate. Nei prossimi decenni i cinesi dovranno probabilmente impiantare vigneti nelle zone che costituiscono l’habitat naturale di elezione per i panda! Uno scenario dalle tinte fosche, quello prospettato da Lee Hannah e collaboratori, autori dello studio. I quali tuttavia sottolineano come lo scopo del loro lavoro sia stato soprattutto quello di scuotere le coscienze e di stimolare la messa a punto di strategie efficaci e condivise per fronteggiare l’emergenza. E, aggiungiamo noi, per garantire la pacifica convivenza tra viticoltori e ambientalisti.

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