Al Castello di Fonterutoli si produce vino dal 1435

Marchesi Mazzei, sperimentare per valorizzare

Rispetto per l'ambiente in vigneto, tecnologia e analisi sensoriale in cantina

Con 117 ettari di vigneto nel cuore del Chianti Classico, una sede storica, il Castello di Fonterutoli, dove dal 1435 la famiglia Mazzei produce vino, e una nuova cantina che fonde bellezza architettonica e innovazione tecnologica, la Marchesi Mazzei SpA è una tra le aziende più antiche e prestigiose della Toscana del vino. Abbiamo visitato la cantina e i vigneti del Castello di Fonterutoli…

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PER APPROFONDIRE (approfondimenti a cura dell’Autore)

Con l’ausilio delle centraline

Cinque centraline per il monitoraggio del microclima, poste nei vigneti delle diverse zone dell’azienda, raccolgono i dati di temperatura, umidità, pressione atmosferica, direzione e intensità del vento e bagnatura fogliare. “I dati vanno ad alimentare il modello messo a punto da Horta srl, che in collaborazione con Basf e un gruppo di altre aziende del Chianti Classico abbiamo ottimizzato per le condizioni di questa regione”, spiega Pulignani. “Gli output del modello vengono utilizzati a livello aziendale come supporto decisionale alla definizione dei trattamenti per i principali patogeni, peronospora, oidio e Botrytis, sempre con l’obiettivo di ridurre il numero di interventi”.

La ricerca in cantina, difficile da comunicare

In cantina non si applicano tecniche di vinificazione diverse per i diversi vini ma si cerca di valorizzare al massimo ognuna delle partite di uva che arrivano, siano esse di prima o di seconda scelta”, spiega Luca Biffi. “Sulle prime tuttavia, trattate al meglio in tutte le fasi della loro produzione, scelte in vigneto e attentamente cernite (dal 2011 l’azienda sta valutando l’introduzione della cernita ottica con Vistalys di Vaslin Bucher per l’eliminazione del MOG e la selezione qualitativa delle uve ndr), non è necessario applicare tecnologie particolari. Sono le uve più difficili, quelle delle seconde scelte o delle annate più calde come il 2011 e il 2012, che hanno bisogno di più attenzioni e sulle quali si sono concentrate molte delle prove fatte in cantina. Prove che tuttavia è molto difficile comunicare, perché dal punto di vista commerciale l’unica tecnica di affinamento che viene concepita è quella in legno e non è facile far capire che grazie all’uso della micro-ossigenazione si riesce ad esempio a raggiungere le caratteristiche di morbidezza ricercate nei tannini ricercata e ad eliminare la necessità di molti coadiuvanti come ad esempio i chiarificanti proteici”.

Ricerca applicata su legni e barrique

La ricerca svolta in modo sistematico per selezionare i legni e le tostature migliori per i prodotti aziendali impegna Luca Biffi e i suoi collaboratori ormai da diversi anni. “L’obiettivo è quello di trovare il giusto equilibrio tra il vino prodotto e l’affinamento in legno. Dal 2003 vengono testati il 100% dei legni acquistati dalle diverse tonnellerie. Nei primi anni le prove sono servite ad eliminare i legni che presentavano dei caratteri poco graditi, poi siamo passati ad un lavoro di valorizzazione delle particolarità date da ogni legno e a valutare come i diversi fornitori fossero in grado di soddisfare le nostre richieste”. A partire dal 2003 una massa di vino omogenea proveniente sempre da una stessa vigna, la vigna Belvedere, viene utilizzata dopo la fermentazione malolattica (svolta in acciaio per non aumentare il numero di variabili in gioco) per riempire due barrique di ogni tipo di legno inserito nella prova, nelle quali il vino sosta per un periodo di 20-25 mesi. Le variabili prese in considerazione sono relative a Tonnellerie, dimensione, stagionatura del legno, spessore delle doghe, tostatura e origine e interessano ogni anno dai 32 ai 38 contenitori diversi. “Il progetto – racconta ancora Biffi – è nato nel 2003 per il Sangiovese. Poi dal 2008 si è esteso anche al Merlot, poiché abbiamo verificato che i risultati dei i due vitigni sono completamente diversi a termine affinamento. Al termine dell’affinamento i vini vengono valutati dal punto di vista analitico, in collaborazione con il laboratorio Isvea che ci aiuta nella ricerca nelle “molecole più interessanti” e in una degustazione nella quale coinvolgiamo tutti i fornitori delle Tonnellerie che hanno partecipato”.

I Mazzei, viticoltori, notabili e illustri pensatori

I Marchesi Mazzei, originari della zona di Carmignano e dei quali i primi riferimenti risalgono all’XI secolo, sono una delle famiglie toscane più antiche, per secoli ai vertici della vita economica e culturale fiorentina, viticoltori attivi e illuminati fin dalle loro origini. A Ser Lapo Mazzei, Notaio protagonista del Rinascimento fiorentino, si deve il primo riferimento in un atto di compravendita alla denominazione Chianti per il vino proveniente dalle campagne toscane. Nel 1435 la famiglia acquista il borgo e il Castello di Fonterutoli, al confine tra i territori di Firenze e quelli di Siena. Uno dei rappresentanti più illustri della famiglia (al quale è stato recentemente dedicato un vino, il Philip) è Filippo Mazzei, viaggiatore, avventuriero e filosofo dell’Illuminismo, che nel diciottesimo secolo, accompagnato da un gruppo di viticoltori toscani partì per piantare e gestire in Virginia i vigneti dell’amico Thomas Jefferson, futuro presidente degli Stati Uniti. Pensatore illuminato, Philip Mazzei fu l’ispiratore di alcuni dei principi contenuti nella Dichiarazione di Indipendenza Americana come la frase dove si enuncia che “Tutti gli uomini sono creati uguali” ed è considerato uno dei padri degli Stati Uniti d’America. Oggi la Marchesi Mazzei spa è guidata da Lapo Mazzei, per anni anche presidente della Cassa di Risparmio di Firenze e dai due figli, Filippo e Francesco e oltre alla tenuta del Castello di Fonterutoli a Castellina in Chianti è costituita dall’azienda maremmana Tenuta Belguardo e dalla siciliana Zisola Nel 2006 è stata inaugurata la nuova cantina del castello di Fonterutoli progettata da Agnese Mazzei.

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