Ha chiuso i battenti ieri, 18 maggio 2014, a Firenze

Simposio Masters of Wine: gli interventi

Jean-Michel Valette: “Questo Simposio italiano resterà un’esperienza indimenticabile per tutti i Masters of Wine, i relatori e i partecipanti"

Dinamismo e creatività sono le chiavi del grande successo del vino italiano negli ultimi 40 anni, protagonista di un nuovo rinascimento e, al contempo, di una rivoluzione senza precedenti. Ne è convinto Piero Antinori, presidente dell’Istituto del Vino Grandi Marchi, intervenuto nell’unica sessione tutta italiana della seconda giornata di lavori dell’8° Simposio mondiale dei Masters of the Wine (Firenze, 15-18 maggio 2014). “Oggi – ha detto Antinori di fronte agli oltre 400 delegati del settore provenienti da tutto il mondo - i vini italiani godono finalmente del rispetto che meritano sui mercati internazionali. Per tanti anni in Italia abbiamo prodotto grandi quantità di vino a basso prezzo fino a quando, alla fine degli anni ‘60, abbiamo capito che bisognava intervenire cambiando innanzitutto l’immagine del nostro Paese all’estero, associata a ‘quelli del fiasco di vino abbinato alla pizza e al mandolino’”. Per il presidente dell’Istituto del vino Grandi Marchi, a partire da quegli anni ci sono stati dei cambiamenti incredibili: “Una vera rivoluzione che ha portato a grandi innovazioni in cantina permettendo così al vino italiano di invertire la rotta passando da una produzione di quantità ad una di sempre maggiore qualità”. In questa fase di post rivoluzione il vino italiano deve darsi nuovi obiettivi e visioni per il futuro, come ad esempio “rimuovere quel 20% di vigneti inefficienti e non orientati al mercato, per produrre vini di alta qualità, utilizzando anche i fondi messi a disposizione dell’Unione Europea”. Tra le azioni urgenti per Piero Antinori anche quella della “comunicazione del nostro patrimonio vinicolo all’estero; un ambito in cui l’Italia deve lavorare molto per far scoprire le molteplici personalità del nostro vigneto”. Personalità che, sui mercati internazionali, sono ancora un rebus tutto da risolvere per le oltre 450 denominazioni che ci caratterizzano. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Maurizio Zanella, presidente di Ca’ del Bosco e del Consorzio Franciacorta, per il quale: “All’Italia del vino non si può attribuire un’unica identità. Nel nostro Paese, infatti, ci sono 21 diversi paesi, 21 culture e storie diverse. L’Italia vitivinicola non ha un’identità univoca ed è per questo che all’estero si fatica ad identificarci”. Tra gli interventi italiani anche quelli di Alberto Tasca (Tasca D’Almerita) e di Gaia Gaja (Gaja), che hanno sottolineato il ruolo fondamentale dell’innovazione nel vigneto e in cantina all’insegna della sostenibilità, oltre che della necessità di un rinnovamento che passa dal confronto e dal lavoro “di squadra” dei produttori italiani. “Il futuro della vite passa attraverso le varietà. Il potenziale genetico delle viti non è stato ancora sfruttato appieno, ne abbiamo infatti utilizzato solo una minima parte. Ad oggi ci sono circa 5-6mila varietà di viti nel mondo ma potrebbero essere molte di più. Non abbiamo mai provato ancora numerosissimi incroci”. Così il genetista svizzero specializzato in DNA della vite José Vouillamoz, intervenuto nella sessione dedicata ai cambiamenti climatici, ha tracciato il possibile scenario futuro della viticoltura in un ipotetico 2214. A fronte dei cambiamenti climatici o delle probabili malattie future sui vigneti, due sono le vie possibili indicate dal genetista: “Se ad esempio per produrre il Romanée-Conti nel 2214 sceglieremo di mantenere  il Pinot Noir, saremo costretti a usare gli agrofarmaci, a fare uno screening sui nuovi cloni di Pinot più resistenti, o a passare a un Pinot Ogm. L’altra via è scegliere di cambiare varietà attraverso nuovi incroci o ibridi”. Un potenziale enorme, secondo Vouillamoz, quello proveniente dalla genetica, che offre 13 geni, 60 specie, 2 subspecie e dai 5 ai 10mila cultivar ma anche la possibilità di numerosi nuovi incroci, tutti da sperimentare. “Non abbiamo mai tentato ad esempio l’incrocio tra Merlot e Saperavi o tra Pinot e Furmint, o tra vitis silvestris e vitis vinifera”. Ad oggi secondo Vouillamoz “gli unici 2 incroci di successo sperimentati sull’intero pianeta  sono Müller Thurgau e Alicante Henri Bouschet” ma numerose sono le sperimentazioni in corso in 8 Paesi. Il futuro della viticoltura saranno per Vouillamoz anche le varietà, definite “un patrimonio unico da salvaguardare per le future generazioni”  che potranno “passare dall’oblio al successo”, come è successo per il Sagrantino. Una parte importante potrebbe giocarla l’Italia “dove sono presenti oltre 400 varietà”, tra cui il Lagrein del Trentino e il Nieddera della Sardegna. “Il vino italiano si trova in un periodo aureo. Sta avendo infatti un grande successo, soprattutto in Usa. Sento dire che in Italia c’è troppa varietà di vini e che il mercato internazionale è confuso per questo; ritengo invece che il vino italiano sia eccitante ed entusiasmante proprio perché c’è tanta varietà”. Così Gerard Basset, unico uomo al mondo a essere contemporaneamente Master of Wine, Master Sommelier, Master of Business Administration in Wine e miglior sommelier al mondo nel 2010. In merito alle richieste del mercato rispetto ai vini italiani, secondo Basset “la tendenza attuale del consumatore è chiedere meno alcol, meno rovere e più naturale. E’ importante però non cambiare la propria identità per seguire una moda. I vini italiani hanno una grande varietà e una grande personalità che vanno rispettate”.  Intervenendo poi sulla tendenza in crescita sul fronte dei vini naturali Basset ha precisato che non bisogna essere estremisti: “se il vino è buono, è buono non perché è naturale”. La tradizione, da sola, non basta. Per affrontare le sfide del futuro serve investire in ricerca e sviluppo, mantenendo al contempo il mistero del vino. E’ questo, in sintesi, il messaggio emerso oggi nella sessione La scienza contro la fede Per Paul Pontallier, managing director e amministratore delegato di Château Margaux che già da 12 anni investe in progetti di ricerca e sviluppo e ora sta costruendo un dipartimento dedicato: “Attualmente investiamo sulla ricerca, che è la chiave del futuro, circa 200mila euro con l’obiettivo però di arrivare a 1 milione di euro”. Tra gli ambiti delineati da Pontallier ci sono la sostenibilità - definita come prioritaria per l’azienda - ma anche l’interazione tra l’agricoltura biologica, biodinamica e quella tradizionale fino alla sperimentazione sui tappi a vite. Tappi questi ultimi, che al momento “in alcuni casi hanno funzionato, soprattutto per i vini con un invecchiamento sui 2-3 anni mentre rimane ancora da verificarne l’effetto sull’aromaticità in 20-30 anni di invecchiamento”. Per l’ad di Château Margaux certo è che “se dovessimo  giungere alla conclusione che i tappi a vite funzionano meglio non esiteremmo ad utilizzarli”. Anche in Cile la tecnologia sta accompagnando la giovane tradizione vitivinicola, come ha testimoniato Francisco Baettig di Viña Errázuriz, una delle più importanti aziende del Paese: “Bisogna lavorare molto sul fronte dell’ecosostenibilità del vigneto cileno e su questo si dovranno indirizzare gli sforzi della ricerca. In 30 anni di storia vitivinicola - ha proseguito Baettig -  il Cile ha fatto molta strada, ottenendo importanti risultati sul fronte della qualità. Bisogna però fare ancora molto: lavorare in modo più serio sulle denominazioni e scegliere la strada da intraprendere, se quella del volume o della qualità totale. Tutto ciò - ha concluso Baettig - tenendo presente che nel nostro Paese nessuno comprerà una bottiglia da 200 dollari, perché ci vuole tempo per assorbire una cultura di questo tipo”. “L’obiettivo del vino italiano nei prossimi cinque anni è raddoppiare il prezzo medio senza aumentare la quantità”. Lo ha detto Oscar Farinetti. Tre le linee guida per l’Italia enologica tracciate dal fondatore di Eataly per raggiungere l’obiettivo: puntare sulla biodiversità e sugli autoctoni, un patrimonio da 1200 vitigni di cui, ad oggi, se ne utilizzano solo 400; migliorare la capacità di narrazione sui mercati internazionali; fare pulizia. Per Farinetti, infatti: “Il futuro del vino italiano sarà ‘Vino Libero’, l’associazione che intende liberare il vino da troppi concimi e diserbanti, dai troppi solfiti in cantina, dalle analisi sensoriali esagerate, dai prezzi troppo bassi o troppo alti, da un sistema di distribuzione medievale e da troppa burocrazia”. A chiusura del suo intervento Oscar Farinetti ha ricordato ai delegati europei presenti al Simposio l’impegno per l’Europa, invitandoli ad andare a votare il prossimo 25 maggio: “In questo momento ci sono istanze separatiste e ‘no euro’ che possono minacciare la crescita dell’umanità. Per questo vi invito ad andare a votare per l’Europa a prescindere dal vostro orientamento politico”. Farinetti, infine, ha apprezzato l’iniziativa del Simposio dei Masters of Wine per la prima volta in Italia definendola “potente e di alto tenore tecnico-scientifico”. “L’India torna ad essere una grande opportunità per il vino. Abbiamo infatti un nuovo Governo dal quale ci aspettiamo riforme significative in grado di semplificare e incentivare le importazioni di vino”. Lo ha detto Rajeev Samant, fondatore e presidente di Sula Vineyards, uno dei produttori più importanti in India. “Nel Paese con il consumo pro capite più basso al mondo, 0,12lt l’anno – ha continuato Samant – sono in corso grandi cambiamenti sociali. In primis quello del consumo di vino da parte delle donne che lavorano nelle grandi città e che oggi possono incontrarsi e bere un bicchiere di vino, di solito bianco, la sera dopo il lavoro. Un costume ormai socialmente tollerato e che segna una svolta sul fronte dei consumi interni”. Anche per questo, ha concluso il presidente di Sula Vineyards: “L’India è un mercato che non bisogna abbandonare e che riserverà una crescita inaspettata per i prossimi 10 anni”. “Questo Simposio è stato un evento memorabile che avrà ricadute positive a lungo termine per tutto il vino italiano. Iniziative come questa possono invertire la tendenza e ribaltare la nostra posizione secondaria all’interno di questa prestigiosa accademia che è in grado di influenzare le decisioni di business sul vino a livello globale”. Così Piero Antinori, a conclusione dell’8° Simposio dell’Institute of Masters of Wine Identity, Innovation, Imagination. “Ora – ha proseguito Antinori -  dobbiamo lavorare sul fronte dei prezzi. Il nostro vino, infatti, ha un prezzo ancora basso sui mercati internazionali rispetto alla Francia, per esempio, che ci precede per valore”.  Due le principali linee guida tracciate dal presidente dei Grandi Marchi per raggiungere questo obiettivo: “Valorizzare la diversità del nostro patrimonio vitivinicolo in grado di soddisfare tutte le tipologie di consumatore e migliorare la nostra comunicazione all’estero, attraverso progetti unitari e di sistema. Andare sui mercati in solitaria non paga, serve un gioco di squadra. E l’Istituto Grandi Marchi può essere un esempio per il vino italiano”. In questo senso, ha concluso Antinori, membro per i Grandi Marchi del comitato scientifico dell’esposizione universale di Milano: “Anche l’Expo 2015 potrà giocare un ruolo importante e sarà una grande occasione per presentare il vino italiano finalmente in maniera unitaria”. “Questo Simposio italiano resterà un’esperienza indimenticabile per tutti i Masters of Wine,  i relatori e i partecipanti presenti a Firenze. Quando tutti mi chiedevano perché abbiamo scelto l’Italia come sede del nostro evento più importante che si svolge ogni 4 anni, la risposta è stata ‘perché ci abbiamo messo così tanto?’”. E’ questo il commento di  Jean-Michel Valette, presidente dell’Institute of Masters of Wine, l’istituzione londinese che conta solo 313 membri in tutto il mondo, a chiusura dei lavori  dell’edizione record  del Simposio mondiale svoltosi per la prima volta in Italia: 450 i delegati presenti, di cui 120 Masters of Wine provenienti da 32 Paesi.

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