Il ministro Centinaio punta a prendere tempo

Il Ceta può attendere

"Decidere sulla base di dati certi"

Intervistato a Rai Radio 1 oggi, 18 luglio 2018, il ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio ha ribadito quanto già affermato nei giorni scorsi, e cioè di non avere alcuna fretta di portare in Parlamento la ratifica del Trattato commerciale tra Unione Europea e Canada, meglio noto come Ceta. “Non ha alcun senso correre per portare in aula il Ceta ed è tempo di abbandonare atteggiamenti che inducono a schierarsi per il sì o il no come se si trattasse di tifare Coppi o Bartali. Abbiamo due anni di tempo come Paese membro per esprimere il nostro parere, fondamentale al pari di quello degli altri Stati, in quanto in assenza di ratifica all’unanimità il Ceta decadrebbe. Sono in contatto col commissario Phil Hogan, al quale ho comunicato la mia volontà di avviare uno studio volto a valutare l’impatto del Ceta sull’agroalimentare italiano. Abbiamo un patrimonio enogastronomico da difendere e ad oggi non possediamo alcun dato certo sulla base del quale prendere una decisione”.
Di parere diverso il Ministro del Lavoro Luigi Di Maio, secondo il quale la procedura di ratifica urge, per respingere fermamente l’accordo. Il fronte del no vede schierati diversi soggetti, tra cui Slow Food, Legambiente e Coldiretti, che così si è espressa in un comunicato del 16 luglio 2018: “Calano del 4% le bottiglie di vino Made in Italy esportate in Canada nel primo quadrimestre del 2018 rispetto a quello dell’anno precedente, dopo l’entrata in vigore dell’accordo Ceta il 21 settembre 2017. È quanto afferma la Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero nei primi quattro mesi dell’anno. Con il Ceta si è verificata - sottolinea la Coldiretti - una brusca inversione di tendenza rispetto allo stesso periodo dello scorso anno quando le bottiglie esportate erano aumentate del 15%. Il vino è il prodotto agroalimentare italiano più venduto nel Paese nordamericano, dove rappresenta oltre 1/3 del valore totale dell’export. L’accordo di libero scambio con il Canada (Ceta) non protegge dalle imitazioni e non prevede nessun limite per i wine kit che promettono di produrre in poche settimane le etichette più prestigiose dei vini italiani, dal Chianti al Valpolicella, dal Barolo al Verdicchio, che il Canada produce ed esporta in grandi quantità in tutto il mondo. L’intesa raggiunta con il Canada, sebbene abbia mantenuto l’accordo siglato nel 2003, non ha previsto precisa la Coldiretti l’aggiornamento dell’elenco con le denominazioni nate successivamente. E pertanto non trovano al momento tutela importanti vini quali l’Amarone, il Recioto e il Ripasso della Valpolicella, il Friularo di Bagnoli, il Cannellino di Frascati, il Fiori d’arancio dei Colli Euganei, il Buttafuoco e il Sangue di Giuda dell’Oltrepò Pavese, la Falanghina del Sannio, il Gutturnio e l’Ortrugo dei Colli Piacentini, la Tintillia del Molise, il Grechetto di Todi, il Vin santo di Carmignano, le Doc Venezia, Roma, Valtenesi, Terredeiforti, Valdarno di Sopra, Terre di Cosenza, Tullum, Spoleto, Tavoliere delle Puglie, Terre d’Otranto”.
D’altra parte, scriveva Federico Fubini il 13 luglio 2018 su Corriere.it: “Se davvero, come annunciato da Di Maio, il Parlamento non ratificherà l’accordo, si sarà dato ascolto a un gruppo che produce lo 0,91% degli affari con il Canada. A rimetterci - fino a 400 milioni di euro l’anno - sarebbero i produttori del restante 99 per cento”.
“Con il Ceta vengono tutelate ben 41 denominazioni italiane, pari a oltre il 90% del fatturato dell’export nazionale a denominazione d’origine nel mondo e che, soprattutto, senza questo accordo non godevano di nessuna tutela sui mercati canadesi”. Così si esprimeva il 16 luglio 2018 il coordinamento di Agrinsieme, che riunisce Cia-Agricoltori Italiani, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari.
La partita resta aperta.

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