Ricerca applicata inerme di fronte al global warming

Bilanci in perdita da tre anni per colpa del climate change

Siccità estive e gelate primaverili lasciano il segno, ma nessuna cantina reagisce
Alberto Palliotti
Siccità estive e gelate primaverili lasciano il segno, ma nessuna cantina reagisce

Tre anni consecutivi di bilanci in perdita per colpa del climate change. Può sembrare un’esagerazione, eppure sono molti gli imprenditori vitivinicoli che hanno accusato perdite considerevoli nelle annate 2015-2017 e che si son visti costretti a coprire le negatività con gli accantonamenti degli anni precedenti.
Un’apnea prolungata che può spingere anche imprenditori (un tempo) di successo, anche in aree (un tempo) particolarmente vocate, a formulare l’idea di una possibile cessione dell’attività, magari a qualche magnate americano o nord europeo. Di fatto gli ultimi tre millesimi si sono infatti caratterizzati per una serie di eventi meteo avversi che vanno dalle gelate primaverili (aprile 2016 e 2017) agli stress idrici (forte riduzione delle piogge nel 2015 e 2017) e ai numerosi periodi di eccesso termico con temperature massime dell'aria superiori a 40°C.
Solo le assicurazioni multirischio, dove presenti, hanno consentito alle cantine di galleggiare (finanziariamente parlando).

Viticoltura 4.0, a cosa serve veramente?

Il risultato dell'incapacità di gestire eventi meteo avversi è stato spesso disastroso: lo si è visto un po' ovunque, dal Nord al Sud della penisola, centro e isole incluse. Viti con fisiologia di base azzerata per lunghi periodi, produzioni scarsissime e di qualità insufficiente, seri rischi per la sopravvivenza delle piante.
Eppure nell'ultimo decennio le innovazioni portate dalla gestione del vigneto sono decisamente numerose ed importanti; ma probabilmente insufficienti a gestire queste problematiche.
Le nuove scoperte inerenti le scienze omiche, la biologia molecolare, i sistemi di supporto alle decisioni, le informazioni ottenibili dai numerosi satelliti in orbita, le tecnologie laser, la meccatronica applicata, la risonanza magnetica nucleare e perfino le numerose osservazioni puntuali e precise ottenibili dalle tecniche di monitoraggio da remoto o prossimale oggi disponibili per il vigneto, internet delle cose incluso, di fatto sembrano aiutare poco (almeno nelle situazioni citate).

Le anomalie sono ormai la prassi

Ci si chiede come mai, a tali stress ambientali, non più improvvisi poiché previsti con puntualità e precisione, non si affianca una ricerca di settore mirata e appositamente predisposta, con la finalità di allestire adeguate contromisure. Di fatto, almeno in Italia, le ricerche che prevedono una ricaduta applicativa è in toto o quasi nelle mani di lungimiranti aziende private che di fatto sono le sole che finanziano appositi studi (spesso si tratta di nuove molecole, composti, micro e macro organismi, ecc.).
Talvolta invece l'iniziativa è nelle mani di singoli ricercatori che operano nelle varie istituzioni pubbliche e private (Università, CNR, CREA, Centri e Istituti di ricerca vari, ecc.), che sperimentano soluzioni tecniche proponibili e a costi accessibili, ma troppo spesso senza una regia comune e paradossalmente con pochi input dal mondo produttivo. Nonostante i rilevanti cambiamenti in atto, che spingono i tecnici ad aggiornamenti continui, solo di rado le aziende vitivinicole si fanno purtroppo promotrici di chiare esigenze da analizzare e risolvere, magari con qualche finanziamento mirato o con un’alzata di voci.
Gelate e prolungate siccità continuano a creare danni enormi in svariati comprensori vitivinicoli, eppure dopo le lamentele si stenta a concretizzare qualche contromisura, rimanendo inermi di fronte ai prossimi eventi simili.

Un invito a maggiori sinergie

Il solo dominio scientifico purtroppo non basta, forse è il caso di innescare sinergie più efficaci con le istituzioni e soprattutto con il mondo produttivo, perché soltanto con l'aiuto ed il lavoro di tutti, ovvero tecnici, ricercatori, aziende private, istituzioni di ricerca e fondi pubblici (Piani regionali di sviluppo rurale, Ocm vino, ecc.) e privati stanziati ad hoc potrebbero arrivare soluzioni ai tanti problemi odierni in tempi brevi.
Gli sforzi derivanti dal miglioramento genetico con la creazione di nuovi portinnesti e varietà resistenti o maggiormente tolleranti, anche qui spesso finanziati da privati che intravedono un ricco e quasi certo ritorno economico, stanno dando ottimi risultati, ma anche a causa dei vincoli burocratici, purtroppo non in tempi brevi.

2018, l’anno della pandemia

E quest’anno, riusciranno le piogge primaverili di questo 2018 atipico a salvare i bilanci delle cantine? La risposta arriverà tra poche settimane, dai primi riscontri di vendemmia. Oggi però non possiamo non denunciare come l’ennesime anomalie climatiche abbiano ancora una volta lasciato il segno. Con una diffusione senza precedenti della pandemia del mal dell'esca. Imperante praticamente ovunque grazie proprio alle frequenti piogge primaverili che, non penalizzando la crescita vegetativa delle viti, hanno anche favorito i funghi collegati a questa patologia complessa, con una maggiore veicolazione nel sistema vascolare delle viti delle micotossine connesse alla manifestazione della sindrome cronica del mal dell’esca.
Anche in questo caso occorre meditare e impegnarsi a fare squadra.

Soluzioni pronte per salvaguardare la funzionalità delle viti

Per fare fronte agli effetti del climate change in vigneto, nelle zone con sufficienti risorse idriche, si deve far ricorso alle recenti innovazioni nel settore irriguo (anche qui in realtà occorrerebbe rivedere i coefficienti colturali standard riportati nel rapporto FAO56 tuttora in uso nonostante la vetustà).
Nelle altre aree vitivinicole del paese, che sfortunatamente sono preponderanti, occorre invece salvaguardare la funzionalità della pianta (chioma e radice) durante l'assedio delle giornate cruciali estive mediante tecniche di salvaguardia prontamente spendibili e a costi contenuti. Alcune di queste dotate di alta flessibilità sono già disponibili (ad es. caolino, antitraspiranti, estratti di alghe, reti schermanti, elicitori vari, riduzioni ponderate della superficie fogliare, ecc).
Vi sono poi alcune tecniche rivolte al suolo capaci di innalzare il livello di resilienza delle viti aumentando la capacità di ritenzione idrica (sovesci e inerbimenti mirati, sostanza organica da varie matrici, micorrize, biochar, ripuntatori/scarificatori meccanici, ecc). Per alcune di queste tecniche gli effetti sono stati sperimentalmente accertati, per altre rimangono invece solo teorici: anche qui forse varrebbe la pena di fare uno sforzo in più. In realtà, un vero salto di qualità si potrebbe conseguire se queste innovazioni venissero applicate a livello di interi comprensori.

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