Temperature medie sempre più elevate

Quassù nel Paese dei tropici

Per salvaguardare la qualità dei nostri vini (e la sopravvivenza dei vigneti) non basta la carta genetica

Solstizio d’estate, trionfo del caldo e della luce. I druidi delle isole britanniche festeggiavano in quest’epoca il Dio Quercia, i Galli la Dea amazzone Epona, gli antichi Romani i riti vestali. Tutte celebrazioni della fertilità e dell’agricoltura. All’opposto per noi, in pieno global warming, il 21 giugno rischia invece di esaltare i timori per l’effetto desertificazione legato allo stress idrico e termico estivo. Il sole quest’anno raggiunge il suo punto massimo di declinazione positiva, portandosi allo zenith del tropico del cancro, esattamente alle ore 10.07 del 21 giugno. La fascia climatica tropicale però è ormai arrivata molto più a Nord, fino a includere tutto lo Stivale. L’alternanza sconclusionata di violente precipitazioni e di perduranti siccità che caratterizza oggi il nostro clima ci avvicina molto più a un paese monsonico che a uno temperato. Dove manca anche l’ombra degli alberi esotici cantata da Dalla e De Gregori in Banana Republic per proteggere il vigneto dal caldo che fa. Nell’ultimo quarto di secolo la temperatura media dell’Europa è cresciuta di 1,5° (quella estiva ben di più). L’impegno dichiarato dalle Nazioni Unite di contenere l’aumento a 2° entro il 2100 è già fallito e, secondo il meteorologo Luca Mercalli, se non si riducono subito le emissioni di gas serra, si arriverà a 5° in più. Al netto delle tempeste solari, non è la nostra stella ad essere diventata più calda, bensì la Terra ad essere più esposta all’effetto serra: la concentrazione atmosferica di CO2 è infatti arrivata alla cifra monstre di 409,98 ppm (in 800mila anni, secondo le analisi sui sedimenti fossili, non aveva mai superato i 300 ppm). L’effetto è particolarmente evidente nel vigneto: l’anticipo e la sfasatura delle maturazioni ha già effetti significativi sulla qualità del vino. Significa che il vigneto potrà sempre più essere coltivato con successo anche a latitudini superiori alle nostre, costringendo a ridisegnare la mappa dei migliori cru, ma difficilmente si potrà pensare di spostare la quota di coltivazione nel nostro Paese, invadendo i pascoli delle malghe e delle ex-piste da sci. Il vigneto deve invece resistere
dove si trova. Come? Bruxelles mira a stanziare fondi per specifici capitoli di ricerca nel prossimo periodo di programmazione e la competizione tra i diversi centri di studio viticolo, anche nostrani, si è già accesa. La risposta non può che essere genetica – si dice – nuovi portinnesti e nuove varietà più tolleranti alla siccità. Tutto il resto – secondo i fan della genetica -, a partire dagli studi per la gestione flessibile del vigneto, spesso descritti da questa rivista, sarebbero solo palliativi, possibile? La risposta potrebbe essere molto più complicata del previsto: il climate change non è lineare, servono strumenti flessibili per adattare ogni anno la gestione del vigneto (che nel frattempo deve poter sopravvivere). Secondo Paolo Giudici dell’Università di Modena e Reggio Emilia, l’anticipo di vendemmia, arrivato per alcuni vitigni anche a un mese rispetto alla media, non può essere spiegato solo con la variabile climatica. Negli ultimi decenni è infatti cambiato molto nel vigneto: sono aumentate le densità d’impianto e sono cambiate le forme di allevamento. Si è passati da mille a 7-10mila piante per ettaro, restringendo la distanza sulla fila e tra le file. Sono cambiate le tecniche di gestione del sottofila, abbandonando il vigneto ripetutamente lavorato e adottando l’inerbimento anche in collina. Sono cambiate le tecniche di gestione della chioma, modificando l’epoca degli interventi sul verde, abbandonando la potatura lunga e introducendo la meccanizzazione di cimatura e defogliazione. Grazie al sostegno delle misure europee di ristrutturazione, l’età media del vigneto italiano si è molto abbassata e sono stati messi a dimora cloni frutto di progetti di breeding avviati negli anni ’70-’80, il decennio più freddo dello scorso secolo, selezionati spesso per favorire l’anticipo di maturazione a metà settembre. Quattro variabili di campo che si sommano alla variabile climatica: il risultato sarebbe un’equazione di quinto grado irrisolvibile se non evitando di incorrere negli errori del passato. Ovvero quelli di una genetica che procede a senso unico. E obiettivi commerciali e “filosofici” che spingono a trascurare l’importanza della tecnica agronomica.

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