Sali di rame nel mirino di Bruxelles

Heavy metal a basso volume

Il nuovo limite dei 4 chilogrammi ad ettaro all’anno è di difficile applicazione soprattutto per il bio e amplifica il dissenso contro il proibizionismo fitosanitario

Meno sei, meno cinque, meno quattro: it’s the copper countdown. Bruxelles ha nel mirino i sali di rame: l’Efsa, authority per la sicurezza alimentare, ha ribadito la tossicità di queste sostanze utilizzate da più di 130 anni in viticoltura per le proprietà antimicrobiche e antifungine.
Il limite dei 6 kg ad ettaro ad anno aveva un valore puramente empirico, sarà quasi sicuramente portato a 4 nel rinnovo dell’autorizzazione per i prossimi cinque anni. Il problema è che anche il nuovo limite non ha basi scientifiche: il conto alla rovescia non è
terminato, anche perché l’Unione europea ha inserito i rameici tra i prodotti candidati alla sostituzione.
Il secondo problema è che le loro proprietà fitosanitarie sono indispensabili per la produzione viticola mediterranea: nelle aree più esposte agli attacchi di peronospora si fa già fatica a rispettare l’attuale limite, che fare? La ricerca è al lavoro: nuove formulazioni e nuove soluzioni, anche microbiologiche, per esaltarne l’efficacia a bassi dosaggi. Tutto per amplificare il suono del metallo, un po’ come fa l’heavy metal. Un genere musicale nato in Europa, quando Europa era anche un buon nome per battezzare una rock band: ora vanno entrambi sempre meno di moda.
Gli attacchi vengono infatti da più fronti. Meno rame nei vigneti, per la biodiversità del suolo e la sicurezza degli operatori. Ma anche meno oro nelle tasche, per la trasparenza e la tracciabilità delle transazioni. Si rischia di mettere fine, dopo 8mila anni di storia, all’età dei metalli. Il martello di Thor, forgiato nel cuore di una stella morente, non ci aiuterà più a colpire gli spiriti malvagi. Una svolta tecnica, ma anche culturale. Storicamente è stato il commercio di rame, argento, stagno, ferro a mettere in collegamento le civiltà del vecchio continente, facendo scintillare per la prima volta il barlume del concetto di Europa.
I mercanti però, si sa, non stanno mai troppo lontani dal tempio. Attorno alle virtù del metallo è anche coagulata la genesi di una mitologia mineraria sopravvissuta all’avvento delle grandi religioni monoteiste. Agricoltura biologica e biodinamica sono gli ultimi testimonial di questa mitologia. Qui il rame si usa anche per “il potere catalitico e la capacità di irradiare forze eteriche connesse a tutte le manifestazioni del vivente”, come sosteneva con convinzione l’antroposofo Rudolf Steiner. E il fatto che il biologico sia anche il metodo di produzione più vulnerabile al countdown del rame, per la mancanza di valide alternative, spinge molti ambientalisti a una strenua difesa di questi formulati, al grido di rame sì, glifosato no. Entrambi in realtà in discussione per lo stesso motivo: la politica della sicurezza alimentare in Europa si basa sul principio di precauzione.
La Commissione interviene infatti in base a un concetto di pericolo potenziale, non al rischio effettivo di esposizione alle sostanze nocive, come avviene nel resto del mondo. Bruxelles non si fida di nessuno: né dei produttori di mezzi tecnici, né dei consumatori, né tantomeno della professionalità e della competenza dei produttori agricoli. Divieto dopo divieto, vincolo
dopo vincolo, l’agricoltura europea si sta rassegnando al peso di una politica forse un po’ troppo apprensiva.
Sotterrato anche l’heavy metal chi potrà più, distorsore alla mano, amplificare la voce del dissenso?

Controcanto

IL RISCHIO DI USCIRE DAI CONFINI DELLA LEGGE
Si impongono nuovi vincoli (più o meno giustificati) al glifosate e il vigneto Italia la prende con filosofia. Vengono posti nuovi limiti al rame e rischia invece di prevalere l’ipocrisia. La fine della popolarità del concetto di Europa alimenta infatti la ripresa delle debolezze dei caratteri nazionali.
Ma che ce frega, ma che ce importa dei nuovi limiti agli agrofarmaci a base di rame: tanto il rame si trova in abbondanza in numerosi fertilizzanti”. Un controsenso tutto italiano che espone la filiera vitivinicola bio (e non solo) al rischio di uscire velocemente dai confini della legalità.
Una recente circolare ministeriale (contestata) stabilisce infatti che debbano essere gli ispettori degli enti di certificazione ad autorizzare il ricorso a questi fertilizzanti in caso di effettiva necessità. Il fatto è che in Italia non esiste terreno agricolo che sia carente di rame. Bruxelles poi non è solo chiacchiere e distintivo: se vengono posti dei vincoli a prodotti controllati come gli agrofarmaci, ciò deve valere a maggior ragione a prodotti con iter più leggeri di autorizzazione come i fertilizzanti.

Editoriale di VVQ 7/2018 - Ottobre

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